mercoledì 21 marzo 2018

A A A Amico di penna cercasi


L'Istituto Italiano di Cultura ha organizzato un incontro dedicato al bilinguismo - in particolare ai miti da sfatare e duri a morire sull'educazione bilingue. Un intervento contro le solfe del tipo "poi parla tardi, parla male, si confonde, non impara..." tenuto da un Professore Italiano di Romanistica dell'Università di Amburgo. 

Andare a una serata dedicata alla linguistica è per me come incontrare quell'ex che si dice di non amare più. Guarda, me ne sono fatta una ragione, davvero, niente rancore! Oh ma che coincidenza, anche tu prendi il caffè qui... ma certo, non ci avevo fatto caso che è proprio dalle tue parti. Fino a un brutalmente sincero: sapevo che ti avrei trovato qui, con lei, e volevo provare che effetto fa rivederti dopo così tanti anni, quando tutto è cambiato, ora che non si può tornare indietro.

Oltre a riflessioni alla sliding doors - e se i parrucchieri tedeschi non fossero quello che sono il mio taglio sarebbe mooolto simile a quello della Paltrow dei nostalgici - oltre a crisi esistenziali dicevo, l'incontro ha sicuramente risvegliato la mia voglia di blog. Posto quindi finalmente un pezzo nato sulla sdraio ad Agosto e che non ha più visto la luce calda del sole. Quasi come me del resto da allora...

- “Perché non sei abbronzato?”, gli chiede il ragazzino carbonizzato con la canna da pesca?
Lui è seduto bianchiccio sulla sdraio e guarda i bambini pescare sul molo. È la prima volta che un bambino del posto gli rivolge la parola in tutta la settimana.

- “Perché sono al mare da poco” - risponde leggermente intimidito.
- “Come cavolo parla questo?!” - dice quello maleducato coi capelli rossi.
- “Perché, come parla?”, chiedono un paio da dietro.
- “Boh, ha un accento strano!”

- “È perché sono tedesco” – dice lui tra orgoglio e imbarazzo – "ma sono bilingue, mia mamma è italiana."

Voci miste: Belin, è tedesco... ecco perché è così bianco... crucco...
- Mi dici qualcosa in tedesco?
- Ehm, cosa devo dire?
- Chiedi come ti chiami.
- Wie heißt du?
- Eh, wi eischt yu?
E ridono tutti.

Dai, ancora qualcosa, dicci quanti anni hai e dove abiti!
Ich heiße Davide, ich bin 6 und komme aus Hamburg.

Belin... ahahahah....
- Io so dire una cosa in tedesco: Scheiße! Vuol dire merda ahaahaha
- Anche io so dire una cosa in tedesco: Pissen!

E tutti ridono.
- Come si dice in tedesco casa?
- Haus!
- E albero?
- Baum!
- E spiaggia?
- Strand!
- E... cazzo?
- Ehm... ehm...
(Sven mi blocca immediatamente.)

Ahahah non lo sa.
- Dai, allora dicci una parolaccia in tedesco.
Ci pensa, si concentra. Dai Davide, è il tuo momento, digli quella cattiva che se la mamma ti sente son guai, tanto non ti sento.

- Ehm ehm... Pappnase!
Giacomo, suo fratello, esplode a ridere.

Pappnase... ha detto Pappnase!
Poteva dire Arschloch, poteva dire Schlampe, poteva dire Verpisst euch.
Poteva andare sui più blandi Kacke, Verdammt o sui regionali Fischkopf o Knalldüde.

E invece ha scelto Pappnase... naso di cartone. L'insulto meno offensivo che esista.
- "E cosa vuol dire scusa?!"
- "Ehm, mamma, come si traduce in italiano Pappnase?"
Mi alzo, respiro, Sven trema. “Vuol dire l'equivalente di testa di minchia.”
E tutti ridono, che parolacce cattive che conosce il bambino crucco!

Cari lettori del blog che vivete in Italia con figli che vivono e crescono in Italia. Questo appello è per voi. Come pensate che sopravviverà le vacanze in Italia durante la pubertà mio figlio, eh? Che sentirà dire cose che io nemmeno costringendomi a seguire Rovazzi su Instagram per i prossimi 8 anni sarò in grado di trasmettere.
Se questo in spiaggia la sera a bere di nascosto dice che non ci sta più dentro, come fa poi a integrarsi nel gruppo, a essere preso sul serio. Se dice che sua madre lo deve mollare mentre gli altri hanno probabilmente già uno slang giovanile cibernetico e chissà cosa ci fanno lessicalmente con le loro madri... come fa a non sentirsi un diverso, un tedesco con in bocca un vocabolario italiano anni 90?
Cari lettori e lettrici del blog, aiutate una madre expat e chiedete ai vostri figli di diventare amici di penna di Davide. O amici di Whatsapp, o di Snapchat o co-follower di YouTube. Basta anche una email, un messaggio, uno Snap, una IG Story o un video-tutorial al mese per scambiare un paio di insulti e parolacce, per macchiare un minimo il lessico di questo povero mezzo milanese che come massimo sgarro all'educazione dice “Mamma, non mi snervare”.

Grazie.

PS: se qualcuno è interessato alla discussione sul bilinguismo tenutasi all'Istituto mi scriva pure a racconticavolo(a)googlemail.com oppure su Facebook :)




domenica 26 novembre 2017

A scuola da solo

- “Sei sicuro che non devo portarti almeno un pezzetto?”, chiedo sulla porta ancora in vestaglia. Se mi sbrigo arriviamo al massimo con 5 minuti di ritardo.
- “No mamma, ti ho detto che ce la faccio” - ha già il piede giù dal primo gradino.
- “Allora, ripetiamo. Quando esci dalla porta c'è l'uscita del garage dell'Edeka...”
- “Sì mamma, guardo bene!”
- “E poi superato l'angolo, dove c'è il negozio devi...”
- “Stare attento alle macchine.”
- “E prima del semaforo c'è la...”
- “La pista ciclabile, lo so-o. Anche dopo il semaforo. Ti prometto che sto attento”.

Ha lo sguardo divertito di chi, dopo quasi sette anni, mi conosce come se stesso. Sa perfettamente che una volta chiusa la porta inizierò a piangere. Anzi, le lacrime di commozione mi stanno già salendo mentre gli dico che ci vediamo oggi pomeriggio, "vengo a prenderti un po' prima" – e la voce si spezza.
Lo guardo dalla finestra mentre incontra la sua amica Pauline. Controlla meticolosamente l'uscita del garage senza farsi distrarre. Seguo la scia dei catarifrangenti della sua cartella.
La prima volta a scuola da solo dopo soli due mesi. E io dimezzata tra orgoglio e terrore.

Questo, l'avrete capito, n o n è il racconto di un bambino più coraggioso degli altri e della sua mamma particolarmente sicura, moderna, aperta – o degenere a seconda dei punti di vista.

Mandare i bambini a scuola da soli fin da subito è una vera e propria missione qui ad Amburgo, con tanto di campagna di sensibilizzazione lanciata a più mani dall'Ente scolastico e dalla Polizia.

Il volantino della campagna “Zu Fuß zur Schule und zum Kindergarten” (A scuola e all'asilo a piedi) è stato uno dei primi documenti che ci è capitato tra le mani durante l'iscrizione a scuola, a Giugno.
“Seee, figuriamoci se lascio andare il bambino a scuola da solo in prima elementare” - dico a Sven prima di iniziare a leggere.
Il volantino però ci mette ben poco a farmi riflettere sul perché la cosa sia più che sensata e il discorso della maestra alla prima assemblea di classe toglie ogni dubbio.

. La campagna fa leva sostanzialmente su 5 punti – traduco in parte dal volantino che potete scaricare qui



1) L'indipendenza
Andando (letteralmente) con le proprie gambe, i bambini diventano indipendenti. Da passeggeri passivi diventano parte attiva dell'ambiente che li circonda e imparano a comportarsi responsabilmente nel traffico.

2) I contatti sociali
Nel percorso casa-scuola i bambini incontrano altri bambini e si raccontano le loro esperienze. Il volantino invita esplicitamente i genitori a dare ai propri figli la possibilità di entrare in contatto e comunicare con gli altri – capacità che probabilmente perdono poi in età adulta, aggiungo perfidamente.

3) Il rispetto dell'ambiente
I bambini imparano a rispettare l'ambiente abituandosi poi a preferire alternative all'auto.
La città di Amburgo dichiara apertamente guerra all'Eltern-Taxi, la colonna di macchine davanti alle scuole. Meno macchine davanti alle scuole significa meno inquinamento, meno rumore, meno incidenti.

4) La sicurezza stradale
Allenandosi con i genitori fin da piccolissimi ad andare a piedi, i bambini imparano a valutare i pericoli e a muoversi in modo responsabile e sicuro nel traffico.
Tra l'altro la maggior parte degli incidenti mortali coinvolge bambini in macchina, non a piedi, dice il volantino.

E per chi se lo stesse chiedendo: no, davanti alle scuole non ci sono poliziotti o nonni di quartiere o quant'altro. La polizia di Amburgo ci ha semplicemente fornito un foglio che mostra il percorso più sicuro.

5) L'attività fisica
Ai bambini piace camminare e muoversi. Andare in macchina limita la loro capacità di movimento abituandoli alla comodità.
Inoltre, camminando già la mattina presto, i bambini diventano svegli e attivi: chi va a scuola a piedi fa meno casino in classe.

Per motivare i bambini ad andare a piedi da soli, alcune scuole utilizzano il meccanismo del gioco a premi: ogni giorno a piedi è un bollino in più su una scheda e alla fine... certificato (che qui senza certificati non si va da nessuna parte). In assenza di premi ci pensa comunque la competizione tra scolari a far aumentare la voglia di indipendenza.

-“Sai mamma, Usman è venuto a scuola da solo oggi.”

Per non essere da meno, già la seconda settimana Davide sale in classe da solo – e io spiazzata.

- “Anche Melvin e Alex sono venuti da soli oggi, quando ci posso andare anche io?”

Per cercare di accorciare le distanze, la quarta settimana di scuola Davide vuole essere lasciato subito dopo il semaforo - poi ogni giorno che passa è un metro in più verso la mia totale perdita di controllo.

Quando Davide ha scoperto che anche Pauline è andata già due volte da sola, non ci ha visto più. La discussione si è conclusa così:
- “Mamma, insomma, io mi sento pronto!”
- “Ma...ecco... anche io devo sentirmi pronta, non credi? Alleniamoci ancora qualche giorno...”

Poi però il giorno dopo suo fratello aveva talmente tanta febbre che Davide non ha avuto scelta.

Salti di gioia fino al soffitto alle sette e qualcosa del mattino, lavato vestito e pronto per uscire nel tempo record di 12 minuti. Non ho neanche dovuto strillare il mantra quotidiano “mettiti le scarpe”! Diciamocelo: è questo il fatto assolutamente eccezionale che fa entrare il 9 Novembre 2017 nella lista dei giorni da ricordare per sempre.


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