giovedì 23 febbraio 2017

Il riscatto per Batman

Prendi una milanese, amburghesizzala a suon di pioggia e Bratwurst. Il risultato è una tedesca troppo rumorosa per essere una teutonica DOC e un’italiana ormai troppo inflessibile e mal vestita per essere uguale all’originale. 

Una delle abitudini peggiori che ho importato nel mio carattere è andare a lamentarsi se qualcosa non va come promesso o stabilito o scritto.

E paro subito le critiche di chi mi accusa di fare di tutta l’erba tedesca un fascio. Dirigo il servizio clienti di una multinazionale e vi garantisco che il 95% dei reclami arriva proprio dalla Germania.

Le prime avvisaglie del contagio lamentoso risalgono a qualche anno fa. Come non ricordare il foglietto di lamentele all’Ikea per l’abolizione del gelato al cioccolato? Poi fu la volta della lettera al sindaco per l’ingiustizia verso i fratelli maggiori. Altra lettere di lamentele epica – purtroppo non pubblicata – fu mandata al padrone di casa per problemi di muffa. In particolare lamentavo il fatto che la muffa fosse capace di agire selettivamente intaccando soprattutto le borse griffate. 

Se mi incavolo non le mando a dire insomma.

Sapete cosa c’è di più grave del far incavolare una milanese amburghese?
Far incavolare una MAMMA milanese amburghese. 

Care lettrici, cari lettori... sto per fare un casino.

Il motivo dell’incavolatura risale a ieri. Il mio crucchino nr. 2 è passato in modo totalmente indolore alla materna (Eingewohnung in 35 minuti). E ieri, 22 Febbraio 2017, quasi a mo’ di rito iniziatico, ha avuto il suo primo Spielzeugtag.

Per chi non lo sapesse, lo Spielzeugtag è il giorno della settimana in cui i bambini possono/devono portarsi un giocattolo da casa. 

Io ODIO lo Spielzeugtag!

Certo, avrà una funzione educativa e pedagogica, immagino. Ma lo sanno le maestre che lo stramaledetto Spielzeugtag è il giorno più litigioso tra bambini e mamme? Hanno idea dei piagnistei e dei capricci che provoca? 

Raphael ha una navicella interstellare più grande della mia... non è giusto che Louis ha il mitra cromato e io manco la pistola ad acqua... anche io voglio il garage da 22 piani come Noah...

No non te la compro la spada laser da 178 cm... allora la chiedo a Babbo Natale – gli hai già chiesto la macchina telecomandata che si arrampica sui muri - allora al coniglietto pasquale – non gli ci sta nel cestino di vimini – allora lo voglio al mio compleanno – era due settimane fa...

Tutti i cavolo di mercoledì così. 

Ieri il piccolo Giacomino, gonfio gonfio di orgoglio nel suo corpicino di quasi 3 anni, si è presentato alla materna con un giocattolo da grandi, il Batman che Babbo Natale era andato a portargli fino in Sri Lanka.

Alle tre Batman è sparito. L’asilo è stato messo sotto sopra ma di lui, Batman, nessuna traccia. Non nel gabinetto, non nella piscina di palline, non tra i gradini dello scivolo. 

Sparito. 

Io non posso, io non voglio credere che Batman sia stato rubato. Perché dai, se vostro figlio di 3-5 anni uscisse dall’asilo con un giocattolo non suo, magari preso sotto i vostri occhi dall’armadietto di un altro bambino, voi genitori cosa fareste? Gli direste “oooooh, rimettilo subito a posto!”, vero? 

VERO? (ditemi che lo fareste)

Quindi non c’è altra spiegazione. Batman è stato rapito. E questo mi terrorizza perché nemmeno l’asilo è un posto sicuro ormai. Io ho visto bene cosa aveva in mano Jonathan ieri... quel Darth Vader era enorme ed è chiaro che con Batman qualche problemino l’avrebbe avuto. Se aggiungiamo che stava cavalcando il dinosauro nero di Nils fare due più due è facile. Di questi tempi, poi, figuriamoci se un Mini Pony o una Barbie hanno il coraggio di intervenire. 

Batman è stato rapito.

E per questo io vado a fare un casino in segreteria! Se Batman non viene messo in libertà entro lunedì pomeriggio allora non solo chiamo la polizia di Playmobil che, vi giuro, nel catalogo 2017 ha una prigione che ci stanno dentro otto plotoni di Paw Patrol... Sapete cosa faccio?!? Al prossimo cavolo di Spielzeutag portiamo Iron Man e Superman... e per Elsa & Co. son cazzi.

Vi farò sapere.

domenica 2 ottobre 2016

Cronaca di una prima partita di calcio


Il primo dentino, la prima pappa, i primi passi. La prima volta al mare, il primo giorno al nido, il primo viaggio dall’altra parte del mondo.

E poi c’è la prima partita di calcio.

È l’unico sport che abbiamo trovato ad un orario cristiano. Perché noi, entrambi a tempo pieno e senza nonni, non possiamo di certo permetterci di portare il bambino in piscina alle 14.30 di martedì o a nuoto alle 15 del giovedì. La scelta è stata quindi più pragmatica che passionale. Solo che qui – come immagino ovunque – il calcio si pratica in modalità “o tutto o niente”. L’allenamento, due volte alla settimana, non è e non deve essere fine a se stesso. E quindi la domenica c’è la partita. Anzi, tutte le domeniche c’è la partita. 

Eccolo qui, un metro e venti in divisa gialla a blu di due taglie più grandi, l’incubo che mi si era parato davanti al monitor blu quando il ginecologo confermò che stavamo aspettando un maschietto. “Frau Gambini, dia via le Barbie”. Giubilo da stadio lui. Io con già l’odore di piedi e spogliatoio nelle narici.
E oggi, quasi sei anni dopo, viviamo la nostra prima domenica da genitori di un mini calciatore. Sì che noi il calcio lo detestiamo e, soprattutto, detestiamo l’idea che destabilizzi la nostra routine famigliare.
Conoscendo mio figlio ero sicura che al più tardi al terzo allenamento avrebbe mollato – non è un tipo da sporcizia e scontri. E invece nonostante la pioggia, le cadute e le pallonate in faccia continua a voler andare agli allenamenti. E tanto ha fatto, che è stato convocato. 

In 40 minuti di gioco ha toccato palla 3 volte, di cui la prima con entrambe le mani. Una presa decisa, ferma. Non male per un terzino. Lo dico senza vergogna: Davide è decisamente un fuori classe. Non credo infatti che esista una categoria in cui classificarlo per quanto è scarso. Corre come un ossesso, nel 90% del tempo a vuoto, ma almeno dalla parte giusta, e quando arriva la palla la lascia gentilmente passare, quasi che prenderla a calci potesse farle male. E lo stesso fa con gli avversari, che vengono fatti procedere con estrema cortesia, perché farli cadere non è educato.  

Gli altri non fanno certo di meglio. Il portiere più che parare la porta ha passa il tempo a pararsi la faccia. Lo schema di gioco poi consiste nell’andare tutti dietro alla palla, che tanto qualcuno per sbaglio riesce a calciarla. Tutti in avanti verso l’area di rigore, la difesa completamente deserta – perché anche il portiere ogni tanto un’occhiata davanti ce la va a dare. E, come da manuale, scatta il contropiede, porta libera, gol. 

L’unica eccezione in questa squadra scalcinata di Ronaldinhi è Levi. Levi è il figlio di uno degli allenatori. Dribla, scarta, allunga sulle fasce laterali, tira a effetto. Praticamente è venuto su a tetta e calci d’angolo.
Levi è un po’ l’Oliver Hutton della Niuppi dei primordi, con la differenza che almeno i compagni di Holly per non fare danni se ne stavano fermi. Invece il povero Levi combatte non solo contro gli avversari, ma anche contro la propria squadra che lo insegue buttandosi in massa sulla palla. Ad un certo punto, verso la metà del secondo tempo, Levi si è infortunato. Panico tra gli spalti. Senza Levi possiamo direttamente ritirarci dal torneo – nella partita precedente aveva segnato 11 gol. Partono le scommesse su quante reti ci pigliamo ora che è fuori. E invece, per fortuna, dopo solo 3 gol Levi torna in campo.
La partita è finita 10 a 8 per gli avversari. I nostri perdevano 6:2 al primo tempo e hanno recuperato alla grande nel secondo. Dei 10 gol che hanno subìto, 2 erano autoreti. Non importa, a quasi sei anni l’importante è il pensiero. Degli 8 gol che hanno segnato, 6 erano di Levi, uno su assist di Levi, uno autogol.

Un paragrafo lo meritano anche i genitori a bordo campo. Ho avuto lo stesso shock che provai la prima volta al mercato rionale. Il silenzio. Giusto ogni tanto un “los los los” a voce appena appena più alta. Per il resto il tifo è zero o quasi. La polemica? Neanche per sogno, nemmeno quando Levi è stato buttato giù che era chiaramente rigore! E ai gol giusto un applausino. Niente salti, niente braccia alzate, niente poporopopopopo. Tutti educati e sportivi a 1 metro e mezzo dal campo come da contratto firmato per entrare nel club. Le mamme spaziano da quella già pronta con il cerotto in mano a quella che non stacca il naso dal telefono. I papà a braccia incrociate che seguono la partita cambiando smorfia a seconda della metà campo in cui si trova il pallone. Per fortuna ci sono due eccezioni: il papà di Ufuk e la mamma di Davide. Lui il solito turco, lei la solita italiana. Lui che praticamente fa da controcanto all’allenatore guidando a uno a uno i passi del figlio, io che motivo al squadra ad andare dalla direzione giusta e faccio notare i falli. Uniti nei festeggiamenti delle reti (di Levi), tecnicamente consapevoli delle mancanze tattiche della squadra, rassegnati ad incontrarci spesso la domenica per fare il tifo ai nostri adorati e scarsissimi mini calciatori.

Cronaca di una prima partita di calcio


Il primo dentino, la prima pappa, i primi passi. La prima volta al mare, il primo giorno al nido, il primo viaggio dall’altra parte del mondo.

E poi c’è la prima partita di calcio.

È l’unico sport che abbiamo trovato ad un orario cristiano. Perché noi, entrambi a tempo pieno e senza nonni, non possiamo di certo permetterci di portare il bambino in piscina alle 14.30 di martedì o a nuoto alle 15 del giovedì. La scelta è stata quindi più pragmatica che passionale. Solo che qui – come immagino ovunque – il calcio si pratica in modalità “o tutto o niente”. L’allenamento, due volte alla settimana, non è e non deve essere fine a se stesso. E quindi la domenica c’è la partita. Anzi, tutte le domeniche c’è la partita. 

Eccolo qui, un metro e venti in divisa gialla a blu di due taglie più grandi, l’incubo che mi si era parato davanti al monitor blu quando il ginecologo confermò che stavamo aspettando un maschietto. “Frau Gambini, dia via le Barbie”. Giubilo da stadio lui. Io con già l’odore di piedi e spogliatoio nelle narici.
E oggi, quasi sei anni dopo, viviamo la nostra prima domenica da genitori di un mini calciatore. Sì che noi il calcio lo detestiamo e, soprattutto, detestiamo l’idea che destabilizzi la nostra routine famigliare.
Conoscendo mio figlio ero sicura che al più tardi al terzo allenamento avrebbe mollato – non è un tipo da sporcizia e scontri. E invece nonostante la pioggia, le cadute e le pallonate in faccia continua a voler andare agli allenamenti. E tanto ha fatto, che è stato convocato. 

In 40 minuti di gioco ha toccato palla 3 volte, di cui la prima con entrambe le mani. Una presa decisa, ferma. Non male per un terzino.  Lo dico senza vergogna: Davide è decisamente un fuori classe. Non credo infatti che esista una categoria in cui classificarlo per quanto è scarso. Corre come un ossesso, nel 90% del tempo a vuoto, ma almeno dalla parte giusta, e quando arriva la palla la lascia gentilmente passare, quasi che prenderla a calci potesse farle male. E lo stesso fa con gli avversari, che vengono fatti procedere con estrema cortesia, perché farli cadere non è educato.  

Gli altri non fanno certo di meglio. Il portiere più che parare la porta ha passato il tempo a pararsi la faccia. Lo schema di gioco poi consiste nell’andare tutti dietro alla palla, che tanto qualcuno per sbaglio riesce a calciarla. Tutti in avanti verso l’area di rigore, la difesa completamente deserta – perché anche il portiere ogni tanto un’occhiata davanti ce la va a dare. E, come da manuale, scatta il contropiede, porta libera, gol. 

L’unica eccezione in questa squadra scalcinata di Ronaldinhi è Levi. Levi è il figlio di uno degli allenatori. Dribla, scarta, allunga sulle fasce laterali, tira a effetto. Praticamente è venuto su a tetta e calci d’angolo.
Levi è un po’ l’Oliver Hutton della Niuppi dei primordi, con la differenza che almeno i compagni di Holly per non fare danni se ne stavano fermi. Invece il povero Levi combatte non solo contro gli avversari, ma anche contro la propria squadra che lo insegue buttandosi in massa sulla palla. Ad un certo punto, verso la metà del secondo tempo, Levi si è infortunato. Panico tra gli spalti. Senza Levi possiamo direttamente ritirarci dal torneo – nella partita precedente aveva segnato 11 gol. Partono le scommesse su quante reti ci pigliamo ora che lui è fuori. E invece, per fortuna, dopo solo 3 gol Levi torna in campo.
La partita è finita 10 a 8 per gli avversari. I nostri perdevano 6:2 al primo tempo e hanno recuperato alla grande nel secondo. Dei 10 gol che hanno subìto, 2 erano autoreti. Non importa, a quasi sei anni l’importante è il pensiero. Degli 8 gol che hanno segnato, 6 erano di Levi, uno su assist di Levi, uno autogol.

Un paragrafo lo meritano anche i genitori a bordo campo. Ho avuto lo stesso shock che provai la prima volta al mercato rionale. Il silenzio. Giusto ogni tanto un “los los los” a voce appena appena più alta. Per il resto il tifo è zero o quasi. La polemica? Neanche per sogno, nemmeno quando Levi è stato buttato giù che era chiaramente rigore! E ai gol giusto un applausino. Niente salti, niente braccia alzate, niente poporopopopopo. Tutti educati e sportivi a 1 metro e mezzo dal campo come da contratto firmato per entrare nel club. Le mamme spaziano da quella già pronta con il cerotto in mano a quella che non stacca il naso dal telefono. I papà a braccia incrociate che seguono la partita cambiando smorfia a seconda della metà campo in cui si trova il pallone. Per fortuna ci sono due eccezioni: il papà di Ufuk e la mamma di Davide. Lui il solito turco, lei la solita italiana. Lui che praticamente fa da controcanto all’allenatore guidando a uno a uno i passi del figlio, io che motivo al squadra ad andare dalla direzione giusta e faccio notare i falli. Uniti nei festeggiamenti delle reti (di Levi), tecnicamente consapevoli delle mancanze tattiche della squadra, rassegnati ad incontrarci spesso la domenica per fare il tifo ai nostri adorati e scarsissimi mini calciatori.

Cronaca di una prima partita di calcio


Il primo dentino, la prima pappa, i primi passi. La prima volta al mare, il primo giorno al nido, il primo viaggio dall’altra parte del mondo.

E poi c’è la prima partita con la squadra di calcio.

È l’unico sport che abbiamo trovato ad un orario cristiano. Perché noi, entrambi a tempo pieno e senza nonni, non possiamo di certo permetterci di portare il bambino in piscina alle 14.30 di martedì o a nuoto alle 15 del giovedì. La scelta è stata quindi più pragmatica che passionale. Solo che qui – come immagino ovunque – il calcio si pratica in modalità “o tutto o niente”. L’allenamento, due volte alla settimana, non è e non deve essere fine a se stesso. E quindi la domenica c’è la partita. Anzi, tutte le domeniche c’è la partita. 

Eccolo qui, un metro e venti in divisa gialla a blu di due taglie più grandi, l’incubo che mi si era parato davanti al monitor blu quando il ginecologo confermò che stavamo aspettando un maschietto. “Frau Gambini, dia via le Barbie”. Giubilo da stadio lui. Io con già l’odore di piedi e spogliatoio nelle narici.
E oggi, quasi sei anni dopo, viviamo la nostra prima domenica da genitori di un mini calciatore. Sì che noi il calcio lo detestiamo e, soprattutto, detestiamo l’idea che destabilizzi la nostra routine famigliare.
Conoscendo mio figlio ero sicura che al più tardi al terzo allenamento avrebbe mollato – non è un tipo da sporcizia e scontri. E invece nonostante la pioggia, le cadute e le pallonate in faccia continua a voler andare agli allenamenti. E tanto ha fatto, che è stato convocato. 

In 40 minuti di gioco ha toccato palla 3 volte, di cui la prima con entrambe le mani. Una presa decisa, ferma. Non male per un terzino.  Lo dico senza vergogna: Davide è decisamente un fuori classe. Non credo infatti che esista una categoria in cui classificarlo per quanto è scarso. Corre come un ossesso, nel 90% del tempo a vuoto, ma almeno dalla parte giusta, e quando arriva la palla la lascia gentilmente passare, quasi che prenderla a calci potesse farle male. E lo stesso fa con gli avversari, che vengono fatti procedere con estrema cortesia, perché di farli cadere non è educato.  

Gli altri non fanno certo di meglio. Il portiere più che parare la porta ha passato il tempo a pararsi la faccia. Lo schema di gioco poi consiste nell’andare tutti dietro alla palla, che tanto qualcuno per sbaglio riesce a calciarla. Tutti in avanti verso l’area di rigore, la difesa completamente deserta – perché anche il portiere ogni tanto un’occhiata davanti ce la va a dare. E, come da manuale, scatta il contropiede, porta libera, gol. 

L’unica eccezione in questa squadra scalcinata di Ronaldinhi è Levi. Levi è il figlio di uno degli allenatori. Dribla, scarta, allunga sulle fasce laterali, tira a effetto. Praticamente è venuto su a tetta e calci d’angolo.
Levi è un po’ l’Oliver Atton della Niuppi dei primordi, con la differenza che almeno i compagni di Holly per non fare danni se ne stavano fermi. Invece il povero Levi combatte non solo contro gli avversari, ma anche contro la propria squadra che lo insegue buttandosi in massa sulla palla. Ad un certo punto, verso la metà del secondo tempo, Levi si è infortunato. Panico tra gli spalti. Senza Levi possiamo direttamente ritirarci dal torneo – nella partita precedente aveva segnato 11 gol. Partono le scommesse su quante reti ci pigliamo ora che lui è fuori. E invece, per fortuna, dopo solo 3 gol Levi torna in campo.
La partita è finita 10 a 8 per gli avversari. I nostri perdevano 6:2 al primo tempo e hanno recuperato alla grande nel secondo. Dei 10 gol che hanno subìto, 2 erano autoreti. Non importa, a quasi sei anni l’importante è il pensiero. Degli 8 gol che hanno segnato, 6 erano di Levi, uno su assist di Levi, uno autogol.

Un paragrafo lo meritano anche i genitori a bordo campo. Ho avuto lo stesso shock che provai la prima volta al mercato rionale. Il silenzio. Giusto ogni tanto un “los los los” a voce appena appena più alta. Per il resto il tifo è zero o quasi. La polemica? Neanche per sogno, nemmeno quando Levi è stato buttato giù che era chiaramente rigore! E ai gol giusto un applausino. Niente salti. Niente poporopopopopo. Tutti educati e sportivi a 1 metro e mezzo dal campo come da contratto firmato per entrare nel club. Le mamme spaziano da quella già pronta con il cerotto in mano a quella che non stacca il naso dal telefono. I papà a braccia incrociate che seguono la partita cambiando smorfia a seconda della metà campo in cui si trova il pallone. Per fortuna ci sono due eccezioni: il papà di Ufuk e la mamma di Davide. Lui il solito turco, lei la solita italiana. Lui che praticamente fa da controcanto all’allenatore guidando a uno a uno i passi del figlio, io che motivo al squadra ad andare dalla direzione giusta e faccio notare i falli. Uniti nei festeggiamenti delle reti (di Levi), tecnicamente consapevoli delle mancanze tattiche della squadra, rassegnati ad incontrarci spesso la domenica per fare il tipo ai nostri adorati e scarsissimi mini calciatori.

domenica 28 agosto 2016

La strega del tempo – prezzi modici

Signore, Signori.
Lettrici, lettori.
Amburghesi, amburghesi.

La caccia alle streghe è ufficialmente terminata.

La risposta che stavate – stavamo – cercando è qui, a poche righe.
Lo sento chiedere in continuazione, per strada, su Facebook. Il quesito principe dei dialoghi da ascensore, il riempitore dei silenzi delle sale d’attesa di ogni tipo di specialità medico-chirurgica.
La domanda che rimbomba nei tuoni degli acquazzoni, rimbalza come gli schizzi dei chicchi di grandine, raffredda le menti come un monsone malato…   

Come è possibile che ad Amburgo il tempo faccia così schifo? (la domanda ricorre principalmente nella variante estiva).

Io la riposta ce l’ho.
Il motivo per cui ad Amburgo il tempo è così brutto sono io.

È semplicemente, chiaramente, drammaticamente tutta colpa mia.

Ogni estate, quando trascorro la seconda metà di Agosto in vacanza, qui ad Amburgo il tempo si trasforma. Dopo interminabili settimane autunnali che fanno perdere la speranza che il sole possa mai tornare a farsi vedere, giornate di pioggia nauseante, sandali su sandali chiusi a chiave nell’armadio delle speranze, cerette mai fatte, ossa che si disintegrano per il grigiore, grigliate sul balcone a guardare le gocce schiantarsi sull’asfalto. Insomma, dopo settimane di tempo malefico, appena abbandono allo stremo delle forze il suolo amburghese, ecco che il sole comincia a splendere con felice prepotenza come non aveva ancora fatto e va avanti per giorni interi, senza nemmeno una lacrima di pioggia.
Poi torno, e tutto torna come prima se non peggio.
Oggi il tempo di Amburgo è passato dai 30 gradi a sole pieno ai 24 tempestosi appena 25 minuti prima dell’atterraggio del mio volo di ritorno da Milano. Sono stata accolta da fulmini e saette.
E non vale solo in estate. Lo scorso Natale, mentre ero in Asia, si è registrato il dicembre più caldo degli ultimi non so quanti anni con picchi di 16 gradi. Roba che invece del vin brulé ai mercatini di Natale veniva voglia di farsi una caipirinha. Due ore dopo l'atterraggio... meno 7.

Sono qui, lettori e lettrici. Sono la strega del tempo amburghese, colei che comanda le intemperie e controlla le sorti delle vostre estati di frustrazione e meteoropatia. Mi metto ufficialmente sul rogo della vergogna, pronta a farmi additare da tutti. E non ho paura di essere presa in giro – figurarsi se con i poteri cosmo-astro-meteorologici che mi ritrovo mi fa paura un po’ di scherno. Anzi, penso proprio che sfrutterò economicamente questo nefasto potere sovrannaturale.

www.lastrega-amburghese.com – sito in costruzione in tre lingue.

Servizi offerti:

-        Opzione Vacanzieri
Programmate una visita ad Amburgo e volete essere sicuri di trovare bel tempo perché i giorni di ferie sono limitati, pensa che sfiga se piove tutto il tempo? Con la tariffa basic vi rivelo con largo anticipo quando andrò in vacanza così che possiate prenotare per il periodo giusto. Se invece volete essere voi a decidere il periodo, allora l’upgrade vi consentirà di mandarmi via a pagamento durante il vostro periodo di permanenza – e con la variante “alloggio” vi affitto il mio appartamento mentre sono via. 

-        Opzione Grandi Eventi
Avete in programma di sposarvi ad Amburgo o avete organizzato un evento molto importante all’aperto e non volete correre rischi? Con la tariffa basic vi rivelo quando sarò in vacanza mentre, con l’upgrade, vi liberate di me a pagamento per tutto il tempo necessario. Con la variante “organizzazione” vi aiuto a trovare la location migliore per il vostro evento.

-        Opzione Amburghesi Sfiniti
Se abitate ad Amburgo e per voi due settimane sicure di estate e bel tempo sono troppo poche, e/o la seconda metà di Agosto per voi è troppo in là, allora questo programma vi consente di mandarmi via a pagamento per tutto il tempo che volete e quando volete. 

-        Opzione Garten
Siete proprietari di un appezzamento terreno, di un giardino o di un orto e temete la siccità in agosto? Con l’opzione Garten rinuncio alle mie vacanze per salvare, a pagamento, il vostro raccolto. Avvertimento: questa è l'opzione in assoluto più costosa.

Le tariffe variano a seconda dei casi e delle richieste.
Tutte le informazioni più importanti così come un piccolo shop online con amuleti vari per scongiuri sul bel tempo saranno disponibili presto sul sito. 

Avviso per le associazioni di volontariato per lo sviluppo nel terzo mondo e per le organizzazioni governative: purtroppo il mio superpotere non è così sviluppato da poter portare la pioggia amburghese altrove. Ciò significa, ad esempio, che non sono in grado di combattere la siccità in Africa. Per ora.
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