sabato 28 maggio 2016

Lo stress del compleanno

Qualche giorno fa era il mio compleanno.
No, no... questo post non è da leggersi come una captatio auspiciorum, anzi! Solo che da quando vivo qui il compleanno è diverso, stressante.

Premetto: non sono mai stata una grandissima fan del mio compleanno. Niente di esistenzialistico, sia chiaro. Solo che non mi piace stare forzatamente al centro dell’attenzione per un fatto così naturale come l’essere venuta al mondo - di cui, obiettivamente, non ho meriti. 
Penso allo stress emotivo che il compleanno mi ha sempre causato negli anni più teneramente adolescenziali. Chi si dimentica di fare gli auguri va diretto sulla lista nera o ha ancora un anno per redimersi? Cosa ti regala il tuo ragazzo? Ah, ma tu di Nokia non volevi il 3310? Oh, avevo capito acustica, non elettrica la chitarra. 

E in anni ormai meno teneri il compleanno è un passo che allunga la distanza da tutto quello che si voleva fare entro i trenta. L’annuale occasione per dire a me stessa che se mollo tutto entro il prossimo compleanno forse ce la faccio a realizzare il piano studiato nel 2002. Che è troppo breve questa esistenza per stare ordinati negli schemi degli altri.
Ma niente esistenzialismo si è detto.

“Non potresti semplicemente trattare il tuo compleanno come un giorno qualsiasi e non dargli troppo peso?” – si chiederanno leggendo.

È proprio questo il problema: in Germania il compleanno è un giorno sacro e va festeggiato al pari di una ricorrenza religiosa. Tant’è che c'è tutto un lessico legato all'occasione! Das Geburtstagskind è “il bambino (Kind) che ha il compleanno (Geburtstag)”, indipendentemente che sia il suo quinto o settantaseiesimo compleanno. Ogni Geburtstagskind deve ricevere un Geburtstagstisch ossia deve trovare i suoi regali su un tavolo (Tisch), decorato il più possibile.
E così capita ogni anno: mi sveglio e trovo i miei regali (Geburtstagsgeschenke), i miei biglietti (Geburtstagskarten), la mia torta (Geburtstagskuchen) e la mia candela (Geburtstagskerze) accesa sul tavolo in sala. Loro sono già lì che mi aspettano – perché anche l’entrata deve essere cerimoniosa. 
Che cosa carina, vero?

Certo. Ma non finisce qui! 

Perché il Geburtstagstisch mi aspetta anche in ufficio: la scrivania decorata con stelle filanti e ghirlande, una psichedelia di caramelle sparse tra il casino che ho lasciato la sera prima, il biglietto firmato da tutti sulla tastiera. Nel primo ufficio in cui ho lavorato c’era addirittura la Geburtstagsdecke ossia la tovaglia da usare solo per decorare le scrivanie del Geburtstagskind di turno. E, visto che oggi è il mio compleanno, per la prima ora c’è la processione di colleghi che viene a fare gli auguri (Geburtstagswünsche) con abbraccio. Che cosa carina, vero? 

Certo! Ma adesso arriva la parte peggiore.

I colleghi, nei giorni precedenti il grande evento, fanno girare una busta in cui ognuno mette un piccolo contributo pecuniario con cui poi viene comprato un buono per un negozio. Regalo per cui il festeggiato ringrazia ufficialmente offrendo qualcosa da mangiare. E si badi: non offrire qualcosa per il proprio compleanno è inammissibile. Ines, nel 2009 non ha portato niente, e sono 5 anni che qualcuno nella sua busta mette solo 20 centesimi! 

Il solenne momento del dolce deve essere visibile per tutti in Outlook. Ed è quello più stressante in assoluto!
L’anno scorso ho avuto il primo compleanno nella nuova azienda, dopo soli 21 giorni dal mio primo giorno di lavoro. Come da tradizione interna, tutti i (nuovi) colleghi si sono riuniti in cucina e hanno cantato tutti insieme “happy birthday” (Geburtstagslied).
Io, nuova, al centro dell’attenzione, in un imbarazzo bollente, occhi che non sanno dove guardare, sorriso calante. E dopo il coro tocca pure la consegna ufficiale del regalo con piccolo discorso di circostanza della mia (nuova) capa. E, come se non avessi ancora avuto abbastanza, l’atteso discorso da parte mia per ringraziare e presentare le torte preparate la sera prima. E mi permetto di precisare che la reputazione professionale può subire scossoni non indifferenti se la torta è cruda, bruciata o, caso estremo, comprata.

Voi ditemi se tutto ciò non è stressante!

Ma va fatto, perché il compleanno è sacro. Talmente sacro che molti, addirittura, si prendono un giorno libero. E ciò viene tranquillamente capito e tollerato anche se proprio quel giorno c’è un mega meeting internazionale o un viaggio di lavoro intercontinentale. 

Ho visto che le modalità di festeggiamento variano da azienda in azienda e di anno in anno.
Qualche anno fa era stata testata questa pratica: a novembre ognuno estraeva il nome di un/una collega a cui avrebbe dovuto preparare la torta di compleanno. Gli abbinamenti dovevano essere tenuti segreti e il Geburtstagskind avrebbe scoperto il nome del suo pasticcere solo nel giorno x. Questo per evitare al festeggiato lo stress di dover passare il giorno precedente il suo compleanno in cucina a fare torte. Non si contava però lo stress del pasticcere che avrebbe rischiato di rovinare un giorno tanto sacro! A volte si decide di sopprimere le raccolte di soldi: in questo caso ci si attiene alla email dell’ufficio del personale o del capo.

Per chiudere ci tengo a illustrare un vocabolo essenziale del lessico genetliaco: nachträglich.
La locuzione è “Alles Gute nachträglich (zum Geburtstag)” - tanti auguri in ritardo.
Le situazioni tipiche:

1) la persona ha la scusante: non era in ufficio o non eri in ufficio tu. La felicità per il tuo compleanno vibra ancora, nonostante sia di un giorno fa. Cosa hai fatto di bello per il tuo compleanno? Hai festeggiato come si deve? Cosa ti hanno regalato?

2) la persona si è dimenticata: ti incontra in corridorio o viene apposta in ufficio, sguardo basso e contrito. Si sente in colpa, soprattutto se il ritardo comincia a contare più giorni. Ehm… vedo solo ora sul calendario che… era il tuo compleanno. Mi dispiace davvero se non ti ho fatto gli auguri! Si cercano scuse ma alla fine… Alles Gute nachträglich! E abbraccio.

Ditemi voi se tutto ciò non è motivo di Geburtstagsstress! - la parola esiste davvero!
Io che al mondo non ci volevo manco venire. E neanche in ufficio, a dirla tutta.

Esistenzialismo a parte, ci sarebbero anche i compleanni nei tempi studenteschi, quelli tondi, quelli dai 60 in su, quelli sullo scoccare della mezzanotte, quelli nella ex DDR… ma devo andare, la torta per la festicciola con quelli del coro esce tra 2 minuti.

E voi come festeggiate il vostro compleanno?


venerdì 22 aprile 2016

#stlyedbymykid – 5 giorni di follia fashion



La scorsa settimana ho fatto una cosa fuori dal comune. Per cinque giorni consecutivi, dal lunedì al venerdì, ho fatto creare al mio crucchino di 5 anni il mio look.


Ho annunciato ufficialmente l’iniziativa #styledbymykid un giorno prima di iniziare la maratona fashion, generando curiosità e non poca preoccupazione.
Il mio piccolo stylist si è impegnato molto ed ecco i risultati.

1) Rock mamy
Mi ha voluto a tutti i costi in gonna, capo che indosso davvero pochissimo. Ma non una gonna qualunque, bensì quella “luccicante”, che in realtà è di tulle. Un mix di materiali per un look glam rock giovane giovanissimo.

 
 
2) White & Pink
Dopo aver affrontato la delusione di non trovare nell’armadio di mamma una gonna in tulle color oro o argento, il piccolo stylist è partito da un bracciale bianco luccicante per creare questo look delicato, a cui non manca un tocco scintillante. 



  

3) Simmetrie
Questo look ha destato reazioni controverse. I tedeschi sono rimasti un po’ scettici per la scelta degli accessori. Scelta che, invece, gli italiani hanno trovato audace e creativa. Lui la logica me l’ha spiegata: le righe sulle maxi perle della collana riprendono quelle del bracciale a pianola.
4) L’estate quando arriva arriva
Per la costruzione di questo outfit il crucchino è partito dalle scarpe, che trovano abbinamento perfetto nella vita della gonna, la cui fantasia in alcuni punti richiama perfettamente il colore della maglietta (con brillantini, ovviamente). La giacca jeans completa un look ottimisticamente estivo, indossato in una mattinata a 10 gradi. Il collant c’è ma non si vede. Quasi unanime la bocciatura, senza distinzione di nazionalità.
5) Denim friday
Nonostante il mio scetticismo di lunga data sul modernissimo total denim, devo dire che l’ultimo outfit si è prestato benissimo alla gloriosa fine della settimana lavorativa. Easy, casual, comodo anche se, creativamente, un po’ castigato.





E ora rispondo alla domanda che mi hanno rivolto t u t t i : perché?
Perché una donna dotata di intelletto funzionante dovrebbe correre il rischio di uscire di casa conciata in modo improbabile?  

I motivi sono due.

Open your mind - mai abbinare il blu con il nero, rosso e rosa con parsimonia, marrone + nero vade retro, attenzione al ton sur ton... regole fashion di base che vengono rispettate dalla maggior parte delle persone per la maggior parte dei giorni. Risultato: outfit tutti uguali, schiere di persone elegantemente in divisa. E hai voglia a claimizzare ai trentenni di tornare a essere se stessi, di sentirsi liberi di vivere il proprio stile e belle solfe tanto di moda.  Per trovare il coraggio di andare oltre agli abbinamenti tipici, soliti, collaudati, imposti, mi sono fatta prestare altri occhi. Occhi liberi dalle convenzioni, traboccanti di fantasia, capaci di una creatività genuina.

Close your mind - #styledbymykid è stato di fatto un esperimento psicologico o, meglio, un esercizio di autostima. Sono in grado di reggere gli sguardi schifati di chi mi vede in giro con gonna 3/4 e sneaker azzurre? Riesco a stare una giornata intera con collana rosa e cardigan rosso senza farmi venire la pleurite? Sono capace di farmi rispettare in un ambiente professionale portando una maglietta con un ananas in occhiali da sole? 

Sembrano problemi molto superficiali -  di fatto lo sono. Però spesso l’esteriorità mi rende schiava, mi costringo ad essere all’altezza di certe aspettative, sento che tutto deve essere abbinato, coordinato, sensato, constestualizzato. Sarà un problema tutto mio o retaggio della mia elegantissima Patria? Un esperimento del genere non l’avrei mai e poi mai fatto a Milano! Qui ho lottato un po’ con me stessa, a Milano sarebbe stato un affronto alle regole civili! 

Per cinque giorni me ne sono completamente fregata dei giudizi del mio ego e dell’influenza esterna. Sono andata in giro facendo decidere al mio bambino: mi ha imposto brillantini e tanti colori. Ha ritirato fuori cimeli dimenticati in fondo all’armadio e ha scoperto un nuovo modo di giocare con la sua mamma. Ha fatto in modo che non vedessi solo un’ombra vestita di nero in quel maledetto specchio ma una “ragazza” un po’ fuori di testa che, per una settimana, si è fatta fotografare sul balcone dell’ufficio.

Ah, come dimenticare il motivo più importante?!? Ho voluto ovviamente testare se, dal punto di vista fashion, prevalesse la metà crucca o quella italiana del suo DNA. Voi che ne dite?

Disclaimer: lungi da me il voler fare la fashion blogger! Ma se qualcuno volesse vedere le foto in formato più grande allora può farsi due risate su instagram (@mari_oltre_cavolo).

sabato 12 marzo 2016

I 3 problemi principali di chi sa una lingua straniera (troppo) bene

Quando si va a vivere all’estero, uno degli aspetti in assoluto più problematici è la lingua. Non si capisce niente, non restano in mente i vocaboli, non si riesce ad esprimersi, ci si sente rozzi e ignoranti, sembra di non essere accettati, eccetera eccetera eccetera.
Ma la si impara, prima o poi, l’altra lingua. Basta impegnarsi, studiare, evitare di stare solo con italiani, buttarsi a parlare e chissenefrega delle figuracce… è possibile insomma arrivare ad un livello davvero molto alto.
Chi pensa però che una volta imparata bene la lingua nuova i problemi linguistici finiscano, si sbaglia di grosso! Perché quello che si guadagna nella lingua d’arrivo, lo si perde drammaticamente nella lingua di partenza. Se poi si considera che l’avanzare dell’anzianità dell’espatrio viaggia parallelo all’aumento dell’età anagrafica - che nel mio caso particolare significa logoramento della memoria e rincoglionimento generalizzato - allora sì che la situazione si fa complicata.

Io credo di saperlo bene il tedesco - me ne vanto pure un po’... Vado spedita e sono in forma con lessico, grammatica e sintassi.
Certo, si sente che non sono madrelingua e, anzi, il mio accento italico me lo tengo bello stretto visto che fa tanto simpatia e temperamento mediterraneo. Capita però ancora, purtroppo, che nei momenti che contano e in cui bisogna reagire al volo e in modo brillante - per esempio uno scazzo con qualcuno - non riesco ad esprimermi a livello pari e, per quanto il concetto che voglio proferire sia profondo, convinto, ben costruito (un vaccagare motivato e sentenziato) alla fine la frase sembra detta da un bambino di quinta elementare. E arrivederci credibilità.

Cosa succede però alla propria lingua madre? Com’è in generale la questione della lingua all’estero? In questi anni sono riuscita ad individuare i tre problemi linguistici più diffusi che ci si trova in bocca in una situazione medio-lunga di espatrio.

1) “come si dice in italiano?”
Sapere talmente tante parole nell’altra lingua da riuscire a capire e a raccontare tutto. Gli articoli scandalistici del Gala, colori di ogni sfumatura, erbe spezie granaglie, burocrazia, diplomazia e assicurazioni, modelli di business, tecniche di parto plurigemellare. Senza confondere neanche una consonante. Peccato che se poi si tenta di spiegare nella propria lingua un concetto semplice che si è appreso nell’altra, ecco che ogni tre parole e due ehm scatta la domanda “come si dice in italiano?”.
- Io so raccontare la gravidanza solo in tedesco, dice C.
- Io non saprei cambiare una gomma in Italiano, confessa P.
Demenza linguistica, oblio lessemico.
La parola tedesca viene in mente prima di quella italiana. Si prova a tradurre dal tedesco all’italiano e si precipita in un un vuoto lessicale.
Certo, entrando in contatto con abitudini e tematiche nuove, si imparano anche nuovi vocaboli nella lingua madre e alcune cose che non si sapeva nemmeno che esistessero nel proprio Paese, ad un tratto cominciano ad avere un nome.

2) Impossibile a dirsi
Una deviazione della prima problematica è data dal fatto che certe parole (tedesche) sono impossibili da tradurre. Non solo perché non c’è una parola corrispondente ma, soprattutto, perché a non esistere è proprio il concetto stesso. Quindi tanto vale evitare la fatica di trasporle - ci vorrebbero quattro paragrafi e ogni tre parole scatterebbe il “come si dice in italiano?” - e ficcarle nel discorso così come sono. 
Funziona benissimo quando si chiacchiera con altri italiani espatriati, raccontando per esempio che si è stressati perché ci si sta Bewerbando oppure che l’Anmeldung è andata a buon fine.
C’è anche il problema inverso e cioè che in tedesco non ci sia una parola che rende un concetto così bene come in italiano - per esempio la parola “pirla”. Il mio consiglio? Usatela in italiano e non state a tedeschizzarla (in Pirlen) - loro non la capiranno comunque ma almeno per voi la ricchezza di significato non si perde.  

3) L’interferenza
Una giornata tipo: parli in italiano con i bambini appena sveglia, in tedesco con le maestre all’asilo, in inglese al lavoro, scambi due parole in un misero olandese con il collega figo, leggi un articolo in spagnolo che anche se non si capisce tutto l’importante è il senso, mentre le colleghe parigine, con cui parli in tedesco, chiacchierano tra loro in francese tutto il giorno.
Poi la sera ti metti a parlare a tavola con tuo marito che, dopo averti ascoltata per un quarto d’ora, riesce finalmente a interromperti facendoti notare che stai parlando in inglese. Ah, forse mia madre al telefono non era molto loquace perchè le parlavo in tedesco invece che in italiano? 
L’interferenza nel groviglio delle lingue è talmente grave che si passa da una all’altra senza nemmeno accorgersene.
Poi c’è un’interferenza più sottile, subdola, dispettosa. Quella che fa costruire le frasi in italiano come se esse tedesche fossero, quella che fa dimenticare certe h negli scambi scritti con i collegi  e quella che fa leggere tasce al posto di tasche e chiamare tasche non solo le taschen ma anche la ehm ehm, come si dice in italiano? Ah già: borsa.

Credits: Fluss / https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Multilingual.png

giovedì 7 gennaio 2016

Il papà di Tom



Il rientro ad Amburgo, di cui il mio sfogo linguistico qui, non poteva essere termicamente più scioccante. Dai 30 gradi delle strade dello Sri Lanka ai -4/5/6/7 (percepiti meno venti) di Amburgo, con strato ghiaccionevoso a rendere il tutto otticamente più traumatico.

Il rituale di vestizione dei bambini prevede canottiera o body, maglietta a manica lunga resa più cool dal secondo strato a manica corta, pile, pantacollant, pantalone, pantaneve, tre giri di sciarpa, cappello, cappuccio in caso di precipitazioni, guanti. 
Tempo necessario: 35 minuti. A bambino.
Loro poi fuori non sentono niente, a parte un pizzicorio frizzante sulle poche parti del viso impossibili da coprire. Gli imprechi della parte genitoriale meno imbottita potete ben immaginarveli – eventualmente in due lingue. 

Tutti si lamentano del freddo. Anzi, tutti si lamentano perché il fredddo è arrivato senza preavviso e in assenza assoluta di gradualità – un atteggiamento meterologico tipicamente anseatico riscontrabile soprattutto in “estate”. 

Tutti soffrono il gelo. Tutti tranne il papà di Tom. 

Il papà di Tom porta Tom all’asilo indossando solo una polo a maniche corte. Ripeto: a maniche corte. La mattina alle 8. A meno 7.

Il papà di Tom si becca gli sguardi indiscreti, increduli, indignati di tutti gli altri genitori. 

Il papà di Tom, con la sua sfrontatezza stagionale, riesce addirittura a scatenare contatti verbali tra semi-sconosciuti negli spogliatoi dell’asilo. E, credetemi, tra germanici amburghesi con ritmo mattutino serrato è cosa più unica che rara. 
L’ho visto e l’ho vissuto ieri mattina. Una mamma proprio non ce l’ha fatta a trattenersi e gli ha chiesto sfacciatamente (cosa che mi piace assai) se non avesse freddo. 

Il papà di Tom alza una spalla, piega leggermente la testa di lato con  una smorfia orgogliosamente divertita e spiega che lui è in giro in macchina, il pezzo a piedi è breve.
Inutile commentare. 

Se ne va, riesce al freddo insieme alla mamma che gli aveva rivolto la domanda. Io, che ovviamente non mi sono persa mezza sillaba, resto nello spogliatoio con un’altra mamma presa nelle operazioni di svestizione del pupo e, decisa a voler sfruttare a tutti i costi l’apertura degli argini della comunicazione, butto lì uno dei miei soliti commenti scemi: "beh, beato lui che l’estate ce l’ha nel cuore" *sorrisino*. 
E sapete questa cosa fa? Mi risponde, nonostante sia solo la ventesima volta che mi incontra.

Na ja (e chi non conosce o usa l’espressione na ja vada s u b i t o  a leggere e impare qui), altro che estate...io 'sto tipo davvero non lo capisco, non è la prima volta che lo vedo girare così. Pensa quando suo figlio vorrà girare in maglietta d’inverno, poi come fa a dirgli di no? Bell’esempio!”.
“Mah, mica che sia proprio questo il modo per fare diventare i nostri bambini degli uomini forti?”.

Risatine. Fine della conversazione.

Quando esco mi torna incontro il papà di Tom e mi dice “ops, ho dimenticato qualcosa”. E io... non resisto!!! e rincaro con “cosa, il maglione?!?!?”.

Il papà di Tom si ferma e ride.

Buona giornata anche a voi!


Fernweh

Il 2016 si apre con una parola speciale, uno di quei vocaboli tedeschi difficili da tradurre in modo elegante e che nella traduzione perdono molto, troppo del loro significato.

La parola che apre l'anno nuovo è Fernweh.

"Nostalgia di paesi lontani", recita il dizionario del Corriere. Io provo a farne una traduzione più terra terra e che si ispira pragmaticamente alla situazione che sto vivendo mentre scrivo: "lo scazzo che ti prende quando torni ad Amburgo dopo un viaggio bellissimo in un paese lontano e caldo".

Siamo stati dall'altra parte del mondo. Il primo Natale lontano da casa - e ognuno interpreti casa come meglio crede - una fuga da un anno troppo intenso, uno schiaffo ai sensi di colpa, un modo per convincerci ancora di più che avere bambini vuol dire vivere, come prima, più di prima.

Siamo tornati da 5 giorni e siamo degli stracci. Non è il cambio di orario che i nostri bambini non hanno ancora ben afferrato. E non è solo l'essere passati da 30 gradi a -7.

Fernweh è...

... risentire il rumore delle onde di quella spiaggia deserta sulla UBahn affollata delle 8.

... asciugarsi i capelli con il fon e arrendersi al fatto che la piega perfetta è quella del vento.

... incavolarsi per una macchia di caffè sulla camicetta appena messa e rendersi conto che in viaggio i vestiti erano ben più sporchi (e la cosa non dava fastidio affatto).

... non aver ancora svuotato la valigia perché averla ancora piena ai piedi del letto fa credere che il viaggio non sia ancora finito.

... la sveglia, il bambino che frigna per vestirsi, il capo il lunedì mattina.

... fare i conti e sapere che prima del prossimo viaggio dall’altra parte del mondo dovremo scorrere un calendario intero.

Però, in fondo, è bello sapere che questo Fernweh sarà con me ancora qualche settimana, prima che la routine mi si riarrotoli addosso.

Mai provato il Fernweh?


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