giovedì 5 ottobre 2017

L'autunno e gli eroi di cui non parla nessuno.

Ogni anno si consuma una tragedia sotto gli occhi di tutti qui ad Amburgo. Una tragedia silenziosa, le cui vittime sono oggetti inermi eppure così maledettamente indispensabili, parti integranti di ogni bagaglio in ogni uscita mattiniera, diurna, serale e notturna. In inverno o in estate. Pronti all'azione nelle giornate certe, in quelle prevedibili e anche in quelle in cui non lo si sarebbe mai detto.
Un oggetto mai più senza a cui ci si abitua fin da subito qui al nord: l'ombrello.

Un ombrello in borsa non deve mai mancare. Non importa se quando ci si sveglia ci sono 25 gradi – facciamo 13 che è più realistico – e il sole splende. All'interno della stessa giornata il tempo può cambiare anche 10 volte. Roba che si entra al volo in una Bäckerei per ripararsi da uno scroscio di pioggia improvviso, nei cinque minuti che arriva il Latte Macchiato fuori è Maiorca, si beve in fretta il beverone scottandosi la lingua per non sprecare il bel tempo e nel momento in cui si afferra la maniglia per uscire, piove il mondo – si viene travolti da quelli che si buttano nel locale e si bruceranno la lingua a loro volta.
Una protezione indispensabile nei giorni di pura schizofrenia meteorologica.

Ci sono però alcune giornate in cui moltissimi ombrelli vengono immolati alla causa e proprio di questo tratta questa storia.

È ufficialmente iniziata la stagione in cui è in assoluto più a rischio l'incolumità dei nostri amici a 16 bacchette – piegabili o classici con manico ricurvo, del Rossmann o di marca non fa differenza.

Nelle mattine d'autunno la pioggia cambia direzione continuamente. Raramente arriva solo da sopra. Molto più spesso arriva da davanti così che l'ombrello diventa un vero e proprio scudo che oltre al corpo ripara anche la vista – lo schianto contro pali e lampioni è sempre in agguato. Quando però arriva la folata da sotto o, peggio, da sotto e da dietro, non si salvano nemmeno gli scudi di titanio cromato. L'ombrello rigonfio di vento si alza in volo, le braccia si allungano per ritirarlo indietro, qualche secondo di elegante tensione e gioco di forza, finché la raffica anseatica vince e il nostro ombrello rovescia la sua corolla verso il cielo. Manovre disperate di rianimazione riescono a riportarlo in vita una, due, al massimo tre volte. Poi però le forcelle non ce la fanno pù, il telaio si spezza, la vittima è tra le nostre mani. Verrebbe da lasciarlo lì, agonizzante sul marciapiede, un eroe che tutti devono vedere... però vince il senso civico e la carcassa viene miseramente buttata nel primo cestino pubblico. Di queste scene se ne vedono decine al giorno, cestini intoppati da ex combattenti che sarebbero degni di ben altra sepoltura.

Poi ci sono gli ombrelli che riescono a vincere la sfida contro la bufera e che, guerrieri sventurati, sono poi vittime di abbandono. Dimenticati sugli autobus o sulla Ubahn nello spazio tra sedile e finestrino; restano lì, soli ad aspettare le prossime braccia pronte a sguainarli e non immaginano nemmeno che le mani che li raccoglieranno saranno invece quelle dei netturbini della HVV.


Questo post è per lanciare ufficialmente la campagna #savetheumbrellas. Vedete un ombrello in un cestino caduto durante la lotta col vento? Fotografatelo su Instagram, così senza motivo.

sabato 30 settembre 2017

L'attaccabottone

È affascinante e insieme spaventoso osservare quanto i nostri figli siano uguali a noi. Stesse espressioni, stesso identico modo di fare. Atteggiamenti in cui ci rivediamo come davanti a uno specchio: si fa finta di non vedere certe cose, ci si motiva a soffermarci sul meglio di noi stessi.
Dei miei due figli uno è chiaramente Italiano – è uguale a te mi dicono tutti, se non fosse per il colore dei capelli e l'accento. L'altro è tutto suo padre, una teutonicità in divenire che mi fa stranire tutti i giorni, nonostante conosca ben bene la metà del suo DNA.

Ieri il mio più simile ha dimostrato per l'ennesima volta di aver ereditato ogni cellula del mio carattere dando prova di magistrale attacco di bottone con perfetti sconosciuti.

La scena la vediamo da 100 metri di distanza: sfreccia con il suo roller davanti alla gelateria del Signor Paolo, inchioda, si mette a chiacchierare. Noi allunghiamo il passo per accertarci che il bambino non stia disturbando la Ruhe dei signori seduti al tavolino. Ci si abitua dopo un po' a credere che parlare senza motivo a gente che non si conosce sia un'invasione della sfera privata, qui sacrosanta e inviolabile. Si comincia a prendere la mano con questa chiusura, tanto che si resta sempre sorpresi quando, raramente, qualcuno ci approccia così, senza motivo, solo per il gusto di scambiare segni di voce (in 10 anni forse 3 volte con tedeschi, per fortuna varie volte con stranieri).

Breve scambio in tedesco, un accento fin troppo famigliare, e poi è svelato il motivo dell'approccio: Davide, sentendoli parlare, si è fermato per chiedere “siete italiani?”.
Che meraviglia, che orgoglio. Esattamente come facevo io all'inizio (qualcuno si ricorderà forse la mia "Preghiera di una milanese estroversa si suoi connazionali d'oltre cavolo" che mi costò un bel po' di critiche), e come faccio ancora ogni tanto quando sono in vena.

E come sempre, quando un gruppetto di italiani s'incontra per la prima volta, non c'è argomento di conversazione migliore di “Amburgo è una città bellissima se non fosse per la pioggia. E per gli Amburghesi”.

Eleonora è di Torino, Gabriele e Lorenzo non ho chiesto, quindi tra Italiani del nord scatta sempre il “per carità, anche da noi il tempo non è come a Taormina, abbiamo la pioggia, abbiamo la nebbia, l'inverno è freddo... però almeno d'estate fa caldo, puoi uscire solo in canotta. Poi sì, bella è bella Amburgo. Però a sciare non ci puoi andare che è lontano, il mare sarà anche a 1 ora di macchina ma lasciamo stare.. (mica sarà mare quello lì), ci sono un sacco di parchi ma non ci puoi andare che piove...”

Poi Eleonora approfondisce. “Almeno a casa ti scaldano le persone. Ti mancano le uova per fare la torta? Vai dalla vicina, che conosci da sempre, che alla fine si guadagna una fetta di dolce per il semplice fatto di apriti la porta di casa.”. In 11 anni Eleonora non sa nemmeno come si chiama, il suo vicino. “Qui ti si gela il cuore anche solo al telefono” - aggiunge. Poi si passa al mitico argomento Verabreden. Inviti a cena organizzati con mesi di anticipo. Mamme che si danno appuntamento al parco giochi con settimane di preavviso anche se vanno nello stesso parco giochi tutti i giorni alla stessa ora – “solo che così siamo verabredet e ci sediamo sulla stessa panchina”. Il contatto sociale trattato come un meeting da registrare in uno slot del calendario.

Si ride un sacco, alla faccia degli Amburghesi, alla faccia di Sven che ormai è abituato a certi discorsi e, anzi, ci inserisce il punto di vista di un tedesco dell'est - “quando piove tutti i giorni c'è ben poco da sorridere...”
Ecco perché in giornate tutte di sole come queste, davvero poche quest'anno, le persone aprono la loro corolla e si spingono a sorriderti in faccia.

Credits Image: http://www.eiscafe-tanduo.de/



martedì 29 agosto 2017

I più bianchi della spiaggia

Siamo i più bianchi di tutta la spiaggia.
Ci togliamo i vestiti e mettiamo in mostra una tintarella cadaverica da monitor 21 pollici e neon di open space. Il pallore nordeuropeo di metà Agosto sa di tante giornate grigie e scrosci di pioggia ma nasconde piccole macchie vive irrorate di pochissime grigliate al parco e running disperato.
Ora, qui, su una spiaggia ligure qualsiasi, siamo punti di luce pura e imploriamo il sole di spegnerci in fretta, di renderci più simili agli altri che stanno al sole ininterrottamente da due mesi ormai.

- “Abbiamo visto che sono arrivati i tuoi nipoti da Amburgo” - dicono i compaesani che erano già stati ampiamente informati dell'annuale discesa dal Nord.
- “Ah, vi siete già incontrati per strada?
- “No, però abbiamo riconosciuto Sven e i bambini dal molo”.
Il molo sta a ca. 1 km dalla spiaggia.
Tre punti bianchi che si stagliano sul bagnasciuga. Macchie fluorescenti al largo, oltre la boa.
- “Non possono far togliere la maglia da surf al bambino tedesco così lo riconosco meglio?” - pensa il bagnino escogitando strategie di sopravvivenza alla settimana di ferragosto.

Il biancore del Nord può essere garanzia di notorietà e sicurezza, meglio quindi preservarlo il più possibile fissandolo meticolosamente sul corpo con protezione solare fattore 50 a partire dalle 9, puntuali per l'apertura dei bagni, e ripetendo il rito più volte, anche di pomeriggio, anche se manca un'ora al tramonto.
La vicina di sdraio guarda suo figlio carbonizzato con un misto di orgoglio e senso di colpa. Passerà metà della mattinata cercando di ricordarsi dove cavolo sia finito il flacone di Nivea praticamente nuovo, visto per l'ultima volta all'inizio di Luglio forse.

- “Quest'anno pieno di tedeschi” ci dicono.
E infatti li becchiamo subito i nostri connazionali. Altre macchie di luce adagiate su teli umidi e lettini scoloriti. Ci sentiamo accomunati da un senso di appartenenza ad una razza diversa, quella che ha solo 2 settimane contate di ferie e che insieme al biglietto aereo compra la garanzia del bel tempo perché se non va bene almeno ad Agosto ci sarà da aspettare mesi e mesi prima di rivivere la spensieratezza di infradito e canotta - niente pullover, calze, k-way e sciarpina in borsa che non si sa mai.
Anche molti russi da queste parti, sentiamo dire. E infatti li riconosciamo subito, rossi come astici perché i risultati devono farsi vedere subito e poi, diciamoci la verità, mettersi la crema è da crucchi. Il dolore da scottatura è un souvenir attaccato alla pelle per i primi momenti di nostalgia al ritorno.


Sono pronta a tornare in ufficio e a sentire i “complimenti” delle colleghe. Se solo sapessero che questo colorito timido ottenuto in una sola settimana di mare (per di più con figli tedeschi sempre in acqua o all'ombra), questo grado minimo di tintarella su braccia e gambe era lo stesso che raggiungevo andando in bicicletta per Milano a Giugno. Devo confessare loro che stare al nord negli anni mi ha letteralmente sbiancata? 

Tra massimo due settimane tornerò al mio incarnato cadaverico da monitor, pioggia e Jack Wolfskin. I copricostume saranno dimenticati in cima all'armadio, riposti insieme all'annuale bugia che in primavera andiamo a svernare a Maiorca. Nel frattempo il doposole dei prossimi undici mesi e mezzo sarà in una pillola al giorno di vitamina D.




domenica 6 agosto 2017

Storia di un primo Gay Pride

Fede,
l'altro giorno mi è venuta in mente questa cosa che ci è successa una vita fa.

Hai presente quando parli con qualcuno e un ricordo ti squarcia la mente come un lampo improvviso? Uno ci prova a proseguire la conversazione ma tutto sembra rimbombare nello spazio che si è creato tra i pensieri. Le sagome di questo ricordo diventano sempre più nitide e tutto si rimette in scena dietro agli occhi. Come se si potesse toccare. Come se fossimo di nuovo nello stesso posto, nello stesso istante. E nel risentirci ridere inizio a ridere veramente. Il ricordo ha sfondato la barriera degli occhi.

Rieccoci il secondo giorno di vacanza studio a Cologna. Noi due distrutte dalla notte precedente, forse la prima notte fuori della nostra vita. Ci viene consigliato di andare in centro perché – segue catena incomprensibile di cui capiamo solo “Karneval”
.
- Ah, ho capito, in centro c'è il carnevale.
- A Luglio?
- Embè, siamo in Germania, si vede che qui si festeggia più tardi!
Piena la metro eh? Però di gente travestita non se ne vede per niente. 
Siamo sulla scala mobile, ricordi? Ci teniamo la mano perché siamo tanto amiche e abbiamo 15 anni. E anche le due ragazze davanti a noi si tenevano per mano perché le amiche si vogliono bene così, in Italia come in Germania. Poi le due tedesche... si baciano!?! Sulla bocca. Come hai fatto tu con coso e io con cos'altro. Rimaniamo a mascelle spalancate. Tu l'avevi mai vista una lesbica, a Milano, nel 1997?
Dobbiamo assolutamente dirlo agli altri, ci aspettano davanti al duomo, non ci credereanno mai!!! Ma quando li incontriamo sono ancora più allucinati di noi.
Il Karneval non è quello in cui volano coriandoli. Qui volano preservativi: siamo niente di meno che al gay pride, altrimenti detto Sex Karneval.
Tu l'avevi mai sentito nominare il gay pride, in Italia, nel 1997?

Un carro è pieno di ragazzi biondi, mezzi nudi, palestrati, lucidi. Un ricciolino con gli occhi di ghiaccio mi ha messo in mano un volantino in ostrogoto. Non ammiccava a noi, puntava chiaramente Paolo - e noi che volevamo piangere. Migliaia di persone, travestiti, fiumi di alcool, musica a palla...

20 anni dopo sono al Christofer Street Day di Amburgo con Davide, 6 anni. Vede due uomini che si baciano sulla metro e non ci trova assolutamente niente di strano, non c'è nemmeno bisogno di puntare il ditino. Anche mamma e papà si baciano e si vogliono bene – hanno fatto anche Davide! Mi chiede se zio Norbert e Markus ogni tanto litigano come mamma e papà e se poi fanno pace.

20 anni dopo, a chi mi chiede come reagirei se Davide fosse gay, rispondo che l'unica cosa che mi dispiacerebbe sarebbe non potere diventare nonna. Poi però ci penso bene e realizzo che tra 20-25 anni – perché prima, signorino, ti laurei e trovi un lavoro – sarà tutto possibile, magari pure diventare nonna ed essere ancora così cool.

Il diritto di essere se stessi e di amare chi ci pare qui si celebra come una festa – “la festa più bella a cui sia mai stato mamma, ci veniamo anche l'anno prossimo?!”.
Altrove è una lotta, in altri Paesi ti mettono in prigione, ti torturano, ti uccidono. E per Davide è qualcosa di assolutamente incomprensibile, qualcosa che non sono riuscita ancora a spiegare senza scatenare altre tonnellate di domande.

20 anni dopo sono in mezzo a questo corteo colorato e ballo, con gli occhi puntati su figoni mezzi nudi, Davide per mano, quel ricordo in testa e te ancora nel cuore. 


domenica 9 luglio 2017

Amburgo in stato interessante.



Il G20 di Amburgo si è concluso.
Gli eventi più importanti e sconvolgenti sono nei feeds, sugli schermi e sotto gli occhi di tutti. 

Una città in Ausnahmezustand – in Italiano stato d’allerta non rende, meglio il letterale “stato eccezionale” – dicono da settimane. In questi giorni si è parlato di migliaia di poliziotti, di strade bloccate, di zone gialle e rosse, del figlio di Trudeau, di Melania segregata sull’Alster.

Inutile fermarsi ad analizzare gli scontri assurdi di Sternschanze. Scene di guerra che vanno fatte vedere ai propri figli, quelli che dopodomani vorranno (e dovranno) andare in piazza a manifestare, per far capire loro che quello, con il pacifismo, la democrazia, l’anticapitalismo, i diritti umani, l’ambientalismo, la libertà, non ha niente a che vedere.

Ma...tre sono le cose ben più eccezionali di cui non ha parlato nessuno. 

1. 
Moltissime aziende in centro e non, per evitare disagi e pericoli, hanno permesso ai dipendenti di lavorare da casa – ovviamente a seconda delle mansioni. Il cosiddetto Home Office è pratica abbastanza diffusa qui ad Amburgo ma in molte aziende tarda ancora a essere visto come un’opportunità suscitando scetticismo. Però tra il concedere 2 giorni di ferie extra o dotare tutti di collegamento da remoto, le aziende non hanno avuto dubbi. E così eserciti di lavoratori da ufficio hanno sguainato i loro laptot e seminato email, presentazioni power point e tabelle excel tra le mura domestiche. Si capisce già che sono una militante dell’Home Office? Lavorare da casa regolarmente permette di iniziare prima e finire dopo risparmiando tempo sul percorso casa-ufficio (staordinari non pagati ma fatti volentieri, insomma). Inoltre, lavorare in un ambiente più “famigliare”, magari sentendo la musica risuonare sulle pareti invece che in cuffia, favorisce la concentrazione (più produttività, insomma). Inoltre se tutti lavorassero da remoto contemporaneamente per 1 giorno alla settimana, si capirebbe subito che almeno un quinto dei meeting è assolutamente inutile e che con una mail pensata e strutturata si risolve più che facendo finta di ascoltare i colleghi in sala riunioni (ottimizzazione, insomma). Inoltre se tutti lavorassero da remoto contemporaneamente 1 giorno alla settimana avremmo un calo enorme delle automobili per strada, il che diminuirebbe molto l'inquinamento delle grandi città (ambientalismo, insomma). Molte aziende non si fidano di chi lavora da casa perché non possono controllare cosa fanno i dipendenti – magari vanno a fare shopping? Come se gli occhi fissi su occhi puntati su un monitor in un open space fosse la soluzione per combattere il fancazzismo e lo shopping (motivazione, insomma)

Sembra che per me l’Home Office possa risolvere il problema dell’umanità urbana, vero? No, la soluzione reale è la settimana di quattro giorni, ma questo è tutto un altro Racconto d’oltre Cavolo. 

2.
Per i giorni tra il giovedì 6 e il sabato 8 luglio è stato caldamente raccomandato di non prendere la macchina per evitare disagi e blocchi stradali. Tra i molti che non possono rinunciare all’auto per motivi di sopravvivenza e i vari che senza l’auto non andrebbero nemmeno alla Toilette, la maggior parte degli Amburghesi si è attenuta ai suggerimenti oppure è scappata dalla città. Il risultato: atmosfera da miglior ferragosto milanese (o bolognese, padovano, torinese fate voi). Silenzio, pace, pochissime macchine, aria pulita, molti negozi chiusi. Il paradiso dei ciclisti, un sogno per i runners. Un’atmosfera mai vissuta qui, credo. Perché ad Amburgo, rispetto a Milano, non si ha mai la sensazione che le ferie siano cominciate. La città non si svuota, non si sente la differenza tra l’estate cittadina e il resto dell’anno (complice anche il punto 3). In questi tre giorni, invece, mi sembrava di rivivere il mio vecchio quartiere nelle rare occasioni che ho avuto di vederlo in pieno Agosto per un rapido cambio di valigia. Mi sono sempre detta che avrei voluto passare un’estate a Milano, magari da sola. In questi tre giorni è come se una parte del buon proposito si fosse avverata. E a rendere il tutto ancora più eccezionale...

3. 
Di questo non ne ha parlato davvero nessuno, nemmeno su NDR o su Facebook, ma è di fatto la cosa più eccezionale e assolutamente fuori norma che sia successa quest’anno ad Amburgo. Durante il G20 non ha piovuto neanche una volta. Il sole non ci ha mai abbandonati, temperature sui 24 gradi, una meravigliosa e pulitissima brezza anseatica. L’ironia della sorte ha voluto che mentre Sternschanze andava in fiamme ci fosse un clima da spiaggia (e in effetti il falò c’era),  quasi a favorire la voglia di star fuori e far casino. Se non ci fossero stati gli idranti della polizia questi giorni si sarebbero potuti considerare simili alla siccità per il verde amburghese abituato a ben altro. 

Fazit.
Il G20 ha sicuramente insegnato molto ai politici anseatici. Però ha insegnato molto anche agli altri e cioè che ogni tanto uscire dagli schemi può e deve essere la soluzione. E che spaccare la routine fa risplendere il sole. 

W il G20 – anche senza il G20.

giovedì 4 maggio 2017

Scendere a D...



Oggi sono andata a Düsseldorf per un Workshop. Partenza del treno alle 6:06. Orario indegno e poco cristiano. Tra Amburgo e Düsseldorf ci sono 400 km, troppo pochi per un aereo costoso (e inquinoso), abbastanza per farsi cullare dalle rotaie in uno stato di assopita ubriachezza – schlaftrunken come ho imparato oggi.
Arrivo previsto: 9:12.

Alle 9:10 parte l’annuncio: signore e signori, tra pochi minuti raggiungeremo la stazione di Du.. – tolgo le cuffie – la coincidenza per l’aeroporto di Düsseldorf (che è la mia destinazione finale) è al binario brsch – non ho capito che numero, fa niente, lo troverò lì. 

9:12 spaccate, scendo dal treno.

Catena di pensieri.

Certo che una città famosa come Düsseldorf si meriterebbe una stazione più carina.

Poca gente in stazione centrale a Düsseldorf alle nove e dodici.

Ma dove cavolo è il cartello con la S verde per la S-Bahn? Vedo solo la U di U-Bahn. Magari qui la S si chiama U.

Qualcosa non torna.

“Entschuldigung (Frau panettiera del Le Crobag), dove prendo la S per l’aeroporto? Eh certo, quello di Düsseldorf! (e che antipatica, manco fossimo ad Amburgo). Ah binario 5, dove c’è la U, grazie.”

Ed è proprio una volta arrivata su al binario 5 che la realtà si palesa in forma di cartello blu. DUISBURG.


Sono scesa nella città sbagliata! 

Sono da sola in una stazione di una città fuori programma, sono sveglia dalle 5 e non ho ancora bevuto un cavolo di caffè, la batteria del cellulare è al 46% ... ma il mio problema principale è che arriverò in ritardo al Workshop e farò la figura della solita italiana. 

Chiedo a una tizia se il treno in arrivo porta all’aeroporto di Düsseldorf. Simpaticissima anche lei mi indica il Display - sì, l’avevo visto che ci sta D-Flughafen ma per oggi di una D senza il seguito non mi fido più. 

Arriva una S-Bahn al binario 5, nonostante il cartello U. E, davvero, la S-Bahn fermerà all’aeroporto di Düsseldorf. E visto che la sfiga non arriva mai da sola, alla prima fermata salgono i controllori.
Io il biglietto non ce l’ho. O meglio, ce l’ho ma è sbagliato. O meglio, non è sbagliato ma neanche giusto al 100%. 

Insomma, il biglietto del treno mi consente di usare anche il trasporto pubblico per arrivare alla destinazione finale. Solo che, tecnicamente, io non sono partita dalla stazione centrale di Düsseldorf bensì da quella di Duisburg per giungere, di fatto, alla stessa destinazione. Aggiungiamo il lato pratico, ossia che S-Bahn e Deutsche Bahn sono alla fin fine la stessa azienda. 
Però, penso, se nella discussione mentale sul biglietto sono così pignola con me stessa, figuriamoci come potrebbe essere pignolo un controllore crucco, di Duisburg per giunta! Certo, se mi impongo e minaccio di lamentarmi (su Facebook magari) con la Deutsche Bahn e scrivere anche una mail di protesta (e sapete tutti benissimo che come scrivo le lettere di lamentele io...), allora potrei anche spuntarla. Puntualizziamo pure che il treno da cui sarei dovuta scendere per rendere valido il mio biglietto è poi arrivato a destinazione con almeno almeno 5 minuti di ritardo! Però sono sveglia dalle cinque, non ho ancora bevuto il caffè, la batteria del telefono è messa male, sono italiana e arriverò in ritardo al workshop. 

Insomma, prendo e vado a rifugiarmi dalla parte opposta della S-Bahn. Ende.

Alla fine sono arrivata in orario al Workshop, l’avventura mi è costata solo 5 minuti. La deviazione mi ha permesso non solo di viaggiare con lo Sky-Train, che è un trenino sospeso in aria che collega i terminal dell’aeroporto di Düsseldorf, ma anche di allargare le mie conoscenze. Ora so che Duisburg è vicinissima a Düsseldorf, che ha una brutta stazione e che se si vuole la S bisogna cercare la U. 

Post scritto sul treno del ritorno, nella speranza di scendere alla fermata giusta.

sabato 22 aprile 2017

Due personalità in 15 metri

Durante le partite di calcio i genitori sono tenuti a stare ad almeno 15 metri di distanza dal campo. L’accettazione del regolamento avviene in forma scritta con firma.
Grasse risate al momento della lettura del punto in questione. Capirei in Italia - come scordare le risse tra genitori o tra genitori e arbitro durante le partite all’oratorio - ma qui, dove l’incazzatura più pesante ha lo stesso volume dello starnuto di pesce rosso, mi sembra un po’ esagerato. 

Mai e poi mai (e poi mai) in vita mia avrei creduto che la regola dei 15 metri fosse diretta esplicitamente a me. 

Delle prime prodezze calcistiche della BU Barmbek-Uhlenhorst classe 2010 avevo già riportato la cronaca in questo post.

Poi, per mesi e mesi, non avevo più messo piede sul campo, relegando la responsabilità a chi ritengo essere in gran parte geneticamente colpevole dell’incombenza sportiva.
Oggi, però, l’onere del torneo a 8 squadre Hamburg Nord tocca a me.
E qui, ora, mentre guardo la prima partita finire miseramente ancora molte reti a zero, osservo in diretta il mio sdoppiamento di personalità

Da un lato la vera me, la mamma intellectual cool che in fondo chissenefrega del calcio in sè, l’importante è che i bambini si divertano e facciano un po’ di movimento.
“Bravo Davide, bene!”

Da dietro arriva l’altra me che inizia a urlare come una pazza “Davideeeeeee che cavolo faiiiiii, corri dietro a sta pallaaaaaa….vai vai” con controcanto delle mamme turche Jalla! Jalla!
Alcuni iniziano a guardare.. “Sorry, bin aus Italien, wenn es um Fußball geht wird man sofort heiss… hihi” (scusate, sono italiana, quando si tratta di calcio ci si scalda)

La vera me “che poi chissenefrega pure del calcio italiano a pensarci bene, proprio vero che gli stereotipi… bravo Davide, così!!!”
L’altra me 3 secondi dopo “ma cazzzvoloooooooo sotto a sta palla santo cielo!!! Se devi fare le giravolte quando arriva la palla andavi a fare danza classica.”

Entschuldigen Sie, Sie sind schon über die 15 Meter Linie” (mi scusi, ha superato la linea dei 15 metri).

“Che noia sto torneo - la vera me - me ne torno a sedere e bevo il tè.”
Sale la rabbia, cuoce nel petto “sotto a sta pallaaaaaaaaaaaaa!!! Non ti spostareeeeeeeee!!! Giochi come una principessina!!!
- che cosa sessista che ho detto -
…. santa madonna, ma che mosciiii!!! Los Los Jungs, andere Richtung maaaaaannn, ran zum Ball Leute!!! Forzaaaa daiiii…...Looooooos schiiiiiiiiiiess!!!

Arriva Sven “Mari, i 15 metri”
“Oh, Sven, meno male che sei qui, non so cosa mi stia succedendo (sottooooooooooooooo!!!) forse sono ancora troppo italiana e sta roba del calcio ce l’ho proprio nel profondo però giocano troppo male, non riesco a controllarmi.”
Corriiiiiiiii, sembrate delle gallinelleeeeee, rialzati senza storie - le turche in coro Jalla! Jalla!

Ultimo posto giocando in casa...
Bravo Davide, l'importante è impegnarsi e divertirsi.

PS a bordo campo Davide si lamenta col papà che mamma fa troppo casino. La vera me si sente di intervenire scusandosi, forse da italiana il calcio è davvero un problema che non sapevo di avere.
Ah sì - dice lui - proprio l’Italia ha perso contro la Germania se ben ti ricordi…
Ma come si permetteeeee “ah sì, chiedi a tuo padre quanto ci avete messo a vincere di nuovo contro l’Italia" eccetera eccetera eccetera.

Esonerata per il resto della stagione.
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