giovedì 4 maggio 2017

Scendere a D...



Oggi sono andata a Düsseldorf per un Workshop. Partenza del treno alle 6:06. Orario indegno e poco cristiano. Tra Amburgo e Düsseldorf ci sono 400 km, troppo pochi per un aereo costoso (e inquinoso), abbastanza per farsi cullare dalle rotaie in uno stato di assopita ubriachezza – schlaftrunken come ho imparato oggi.
Arrivo previsto: 9:12.

Alle 9:10 parte l’annuncio: signore e signori, tra pochi minuti raggiungeremo la stazione di Du.. – tolgo le cuffie – la coincidenza per l’aeroporto di Düsseldorf (che è la mia destinazione finale) è al binario brsch – non ho capito che numero, fa niente, lo troverò lì. 

9:12 spaccate, scendo dal treno.

Catena di pensieri.

Certo che una città famosa come Düsseldorf si meriterebbe una stazione più carina.

Poca gente in stazione centrale a Düsseldorf alle nove e dodici.

Ma dove cavolo è il cartello con la S verde per la S-Bahn? Vedo solo la U di U-Bahn. Magari qui la S si chiama U.

Qualcosa non torna.

“Entschuldigung (Frau panettiera del Le Crobag), dove prendo la S per l’aeroporto? Eh certo, quello di Düsseldorf! (e che antipatica, manco fossimo ad Amburgo). Ah binario 5, dove c’è la U, grazie.”

Ed è proprio una volta arrivata su al binario 5 che la realtà si palesa in forma di cartello blu. DUISBURG.


Sono scesa nella città sbagliata! 

Sono da sola in una stazione di una città fuori programma, sono sveglia dalle 5 e non ho ancora bevuto un cavolo di caffè, la batteria del cellulare è al 46% ... ma il mio problema principale è che arriverò in ritardo al Workshop e farò la figura della solita italiana. 

Chiedo a una tizia se il treno in arrivo porta all’aeroporto di Düsseldorf. Simpaticissima anche lei mi indica il Display - sì, l’avevo visto che ci sta D-Flughafen ma per oggi di una D senza il seguito non mi fido più. 

Arriva una S-Bahn al binario 5, nonostante il cartello U. E, davvero, la S-Bahn fermerà all’aeroporto di Düsseldorf. E visto che la sfiga non arriva mai da sola, alla prima fermata salgono i controllori.
Io il biglietto non ce l’ho. O meglio, ce l’ho ma è sbagliato. O meglio, non è sbagliato ma neanche giusto al 100%. 

Insomma, il biglietto del treno mi consente di usare anche il trasporto pubblico per arrivare alla destinazione finale. Solo che, tecnicamente, io non sono partita dalla stazione centrale di Düsseldorf bensì da quella di Duisburg per giungere, di fatto, alla stessa destinazione. Aggiungiamo il lato pratico, ossia che S-Bahn e Deutsche Bahn sono alla fin fine la stessa azienda. 
Però, penso, se nella discussione mentale sul biglietto sono così pignola con me stessa, figuriamoci come potrebbe essere pignolo un controllore crucco, di Duisburg per giunta! Certo, se mi impongo e minaccio di lamentarmi (su Facebook magari) con la Deutsche Bahn e scrivere anche una mail di protesta (e sapete tutti benissimo che come scrivo le lettere di lamentele io...), allora potrei anche spuntarla. Puntualizziamo pure che il treno da cui sarei dovuta scendere per rendere valido il mio biglietto è poi arrivato a destinazione con almeno almeno 5 minuti di ritardo! Però sono sveglia dalle cinque, non ho ancora bevuto il caffè, la batteria del telefono è messa male, sono italiana e arriverò in ritardo al workshop. 

Insomma, prendo e vado a rifugiarmi dalla parte opposta della S-Bahn. Ende.

Alla fine sono arrivata in orario al Workshop, l’avventura mi è costata solo 5 minuti. La deviazione mi ha permesso non solo di viaggiare con lo Sky-Train, che è un trenino sospeso in aria che collega i terminal dell’aeroporto di Düsseldorf, ma anche di allargare le mie conoscenze. Ora so che Duisburg è vicinissima a Düsseldorf, che ha una brutta stazione e che se si vuole la S bisogna cercare la U. 

Post scritto sul treno del ritorno, nella speranza di scendere alla fermata giusta.

sabato 22 aprile 2017

Due personalità in 15 metri

Durante le partite di calcio i genitori sono tenuti a stare ad almeno 15 metri di distanza dal campo. L’accettazione del regolamento avviene in forma scritta con firma.
Grasse risate al momento della lettura del punto in questione. Capirei in Italia - come scordare le risse tra genitori o tra genitori e arbitro durante le partite all’oratorio - ma qui, dove l’incazzatura più pesante ha lo stesso volume dello starnuto di pesce rosso, mi sembra un po’ esagerato. 

Mai e poi mai (e poi mai) in vita mia avrei creduto che la regola dei 15 metri fosse diretta esplicitamente a me. 

Delle prime prodezze calcistiche della BU Barmbek-Uhlenhorst classe 2010 avevo già riportato la cronaca in questo post.

Poi, per mesi e mesi, non avevo più messo piede sul campo, relegando la responsabilità a chi ritengo essere in gran parte geneticamente colpevole dell’incombenza sportiva.
Oggi, però, l’onere del torneo a 8 squadre Hamburg Nord tocca a me.
E qui, ora, mentre guardo la prima partita finire miseramente ancora molte reti a zero, osservo in diretta il mio sdoppiamento di personalità

Da un lato la vera me, la mamma intellectual cool che in fondo chissenefrega del calcio in sè, l’importante è che i bambini si divertano e facciano un po’ di movimento.
“Bravo Davide, bene!”

Da dietro arriva l’altra me che inizia a urlare come una pazza “Davideeeeeee che cavolo faiiiiii, corri dietro a sta pallaaaaaa….vai vai” con controcanto delle mamme turche Jalla! Jalla!
Alcuni iniziano a guardare.. “Sorry, bin aus Italien, wenn es um Fußball geht wird man sofort heiss… hihi” (scusate, sono italiana, quando si tratta di calcio ci si scalda)

La vera me “che poi chissenefrega pure del calcio italiano a pensarci bene, proprio vero che gli stereotipi… bravo Davide, così!!!”
L’altra me 3 secondi dopo “ma cazzzvoloooooooo sotto a sta palla santo cielo!!! Se devi fare le giravolte quando arriva la palla andavi a fare danza classica.”

Entschuldigen Sie, Sie sind schon über die 15 Meter Linie” (mi scusi, ha superato la linea dei 15 metri).

“Che noia sto torneo - la vera me - me ne torno a sedere e bevo il tè.”
Sale la rabbia, cuoce nel petto “sotto a sta pallaaaaaaaaaaaaa!!! Non ti spostareeeeeeeee!!! Giochi come una principessina!!!
- che cosa sessista che ho detto -
…. santa madonna, ma che mosciiii!!! Los Los Jungs, andere Richtung maaaaaannn, ran zum Ball Leute!!! Forzaaaa daiiii…...Looooooos schiiiiiiiiiiess!!!

Arriva Sven “Mari, i 15 metri”
“Oh, Sven, meno male che sei qui, non so cosa mi stia succedendo (sottooooooooooooooo!!!) forse sono ancora troppo italiana e sta roba del calcio ce l’ho proprio nel profondo però giocano troppo male, non riesco a controllarmi.”
Corriiiiiiiii, sembrate delle gallinelleeeeee, rialzati senza storie - le turche in coro Jalla! Jalla!

Ultimo posto giocando in casa...
Bravo Davide, l'importante è impegnarsi e divertirsi.

PS a bordo campo Davide si lamenta col papà che mamma fa troppo casino. La vera me si sente di intervenire scusandosi, forse da italiana il calcio è davvero un problema che non sapevo di avere.
Ah sì - dice lui - proprio l’Italia ha perso contro la Germania se ben ti ricordi…
Ma come si permetteeeee “ah sì, chiedi a tuo padre quanto ci avete messo a vincere di nuovo contro l’Italia" eccetera eccetera eccetera.

Esonerata per il resto della stagione.

martedì 11 aprile 2017

Dimenticanze bibliche



Tu non puoi capire che cosa mi è successo oggi al lavoro, se te lo racconto non ci credi. 'Spe, fammi cambiare e dammi qualcosa da bere che mi devo riprendere, sono completamente fuori. Siediti che ti racconto.

Ai piani alti sono arrabbiati di brutto e hanno fatto un casino. C’è in ballo una ristrutturazione che non puoi capire. Allora, mi hanno assegnato un lavoro e p i c o... na roba che qui ci cambia la vita per sempre. Devo costruire una barca, ma non una come le altre... Questa qui deve essere grande, enorme! Una roba a tre piani. E una volta consegnata, mi trasferiscono! 

No, ancora non so bene dove ma di sicuro in capo al mondo, pensa che me lo fanno sapere durante la trasferta. E, tra parentesi, vitto e alloggio sono compresi per tutta la traversata, mica noccioline! In più, una volta insediati, hanno deciso di mettermi a capo di un reparto intero, completamente nuovo. Cioè ma ti rendi conto!?! Capito che alla mia età riesco ancora a fare carriera...

Sì beh, in effetti un paio di cose sono un po’ strane... fregatura no però... boh... Praticamente, una volta che l’arca è finita siamo obbligati a trasferirci con tutta la famiglia – e ci sta...tra l’altro trasferta e tutto pagato pure per loro... – e poi, e qui non capisco proprio perché, comunque dobbiamo portarci dietro un casino di animali. Tutti. Un maschio e una femmina. 

Eh, che ti devo dire?! Sì qualcosa mi hanno detto... ora non sto a raccontarti il perché e il per come se no facciamo Pasqua... 

E che scherzi, ti sembra che gli dico di no? Certo, la deadline te la puoi immaginare, stretta come al solito... Abbiamo poco tempo e un casino di cose da organizzare, io però sono preso in cantiere dalla mattina alla sera quindi ho bisogno assolutamente che mi dai una mano, soprattutto a fare la lista degli animali che lo sai che io sto perdendo colpi ormai.  

(...)

Ok, facciamo mente locale. Sento che ho dimenticato qualcosa. 
No no... l’arca è a posto. 
Secondo me manca qualche animale, 'spe che riguardiamo la lista. Allora, i coccodrilli ci sono! L’orangotango pure... qui guarda. I serpenti anche, quelli piccoli. Il gatto e il topo li abbiamo messi. L’elefante... elefante elefanteeee... qui, ok. Sicura che non manca più nessuno? No stop, ritira fuori la lista perché, ti giuro, c’ho sta cosa che secondo me ne manca uno. 

Con la L... no, Lucertola c’è, gira la pagina. Elle, leo...no non è il leone, ti sembra che mi dimentico il leone?!? È uno di quelli un po’esotici hai presente?! Non si vede spesso in giro.. brava, Lemure. Ah guarda, l’avevo messo! Boh, sembra che ci siano tutti allora. 

Eppure...
Secondo me...

(...)

No sentite, andiamo. Non posso più aspettare, qui piove che Dio la manda. Se qualcuno manca all’appello si arrangia. Io più che andare nella foresta a cercare non so cos’altro fare. Abbiamo pure mandato fuori l’aquila reale a dare l’ultima occhiata che ci mancava poco che non tornava più indietro.

giovedì 23 febbraio 2017

Il riscatto per Batman

Prendi una milanese, amburghesizzala a suon di pioggia e Bratwurst. Il risultato è una tedesca troppo rumorosa per essere una teutonica DOC e un’italiana ormai troppo inflessibile e mal vestita per essere uguale all’originale. 

Una delle abitudini peggiori che ho importato nel mio carattere è andare a lamentarsi se qualcosa non va come promesso o stabilito o scritto.

E paro subito le critiche di chi mi accusa di fare di tutta l’erba tedesca un fascio. Dirigo il servizio clienti di una multinazionale e vi garantisco che il 95% dei reclami arriva proprio dalla Germania.

Le prime avvisaglie del contagio lamentoso risalgono a qualche anno fa. Come non ricordare il foglietto di lamentele all’Ikea per l’abolizione del gelato al cioccolato? Poi fu la volta della lettera al sindaco per l’ingiustizia verso i fratelli maggiori. Altra lettere di lamentele epica – purtroppo non pubblicata – fu mandata al padrone di casa per problemi di muffa. In particolare lamentavo il fatto che la muffa fosse capace di agire selettivamente intaccando soprattutto le borse griffate. 

Se mi incavolo non le mando a dire insomma.

Sapete cosa c’è di più grave del far incavolare una milanese amburghese?
Far incavolare una MAMMA milanese amburghese. 

Care lettrici, cari lettori... sto per fare un casino.

Il motivo dell’incavolatura risale a ieri. Il mio crucchino nr. 2 è passato in modo totalmente indolore alla materna (Eingewohnung in 35 minuti). E ieri, 22 Febbraio 2017, quasi a mo’ di rito iniziatico, ha avuto il suo primo Spielzeugtag.

Per chi non lo sapesse, lo Spielzeugtag è il giorno della settimana in cui i bambini possono/devono portarsi un giocattolo da casa. 

Io ODIO lo Spielzeugtag!

Certo, avrà una funzione educativa e pedagogica, immagino. Ma lo sanno le maestre che lo stramaledetto Spielzeugtag è il giorno più litigioso tra bambini e mamme? Hanno idea dei piagnistei e dei capricci che provoca? 

Raphael ha una navicella interstellare più grande della mia... non è giusto che Louis ha il mitra cromato e io manco la pistola ad acqua... anche io voglio il garage da 22 piani come Noah...

No non te la compro la spada laser da 178 cm... allora la chiedo a Babbo Natale – gli hai già chiesto la macchina telecomandata che si arrampica sui muri - allora al coniglietto pasquale – non gli ci sta nel cestino di vimini – allora lo voglio al mio compleanno – era due settimane fa...

Tutti i cavolo di mercoledì così. 

Ieri il piccolo Giacomino, gonfio gonfio di orgoglio nel suo corpicino di quasi 3 anni, si è presentato alla materna con un giocattolo da grandi, il Batman che Babbo Natale era andato a portargli fino in Sri Lanka.

Alle tre Batman è sparito. L’asilo è stato messo sotto sopra ma di lui, Batman, nessuna traccia. Non nel gabinetto, non nella piscina di palline, non tra i gradini dello scivolo. 

Sparito. 

Io non posso, io non voglio credere che Batman sia stato rubato. Perché dai, se vostro figlio di 3-5 anni uscisse dall’asilo con un giocattolo non suo, magari preso sotto i vostri occhi dall’armadietto di un altro bambino, voi genitori cosa fareste? Gli direste “oooooh, rimettilo subito a posto!”, vero? 

VERO? (ditemi che lo fareste)

Quindi non c’è altra spiegazione. Batman è stato rapito. E questo mi terrorizza perché nemmeno l’asilo è un posto sicuro ormai. Io ho visto bene cosa aveva in mano Jonathan ieri... quel Darth Vader era enorme ed è chiaro che con Batman qualche problemino l’avrebbe avuto. Se aggiungiamo che stava cavalcando il dinosauro nero di Nils fare due più due è facile. Di questi tempi, poi, figuriamoci se un Mini Pony o una Barbie hanno il coraggio di intervenire. 

Batman è stato rapito.

E per questo io vado a fare un casino in segreteria! Se Batman non viene messo in libertà entro lunedì pomeriggio allora non solo chiamo la polizia di Playmobil che, vi giuro, nel catalogo 2017 ha una prigione che ci stanno dentro otto plotoni di Paw Patrol... Sapete cosa faccio?!? Al prossimo cavolo di Spielzeutag portiamo Iron Man e Superman... e per Elsa & Co. son cazzi.

Vi farò sapere.

domenica 2 ottobre 2016

Cronaca di una prima partita di calcio


Il primo dentino, la prima pappa, i primi passi. La prima volta al mare, il primo giorno al nido, il primo viaggio dall’altra parte del mondo.

E poi c’è la prima partita di calcio.

È l’unico sport che abbiamo trovato ad un orario cristiano. Perché noi, entrambi a tempo pieno e senza nonni, non possiamo di certo permetterci di portare il bambino in piscina alle 14.30 di martedì o a karate alle 15 del giovedì. La scelta è stata quindi più pragmatica che passionale. Solo che qui – come immagino ovunque – il calcio si pratica in modalità “o tutto o niente”. L’allenamento, due volte alla settimana, non è e non deve essere fine a se stesso. E quindi la domenica c’è la partita. Anzi, tutte le domeniche c’è la partita. 

Eccolo qui, un metro e venti in divisa gialla a blu di due taglie più grandi, l’incubo che mi si era parato davanti al monitor blu quando il ginecologo confermò che stavamo aspettando un maschietto. “Frau Gambini, dia via le Barbie”. Giubilo da stadio lui. Io con già l’odore di piedi e spogliatoio nelle narici.
E oggi, quasi sei anni dopo, viviamo la nostra prima domenica da genitori di un mini calciatore. Sì che noi il calcio lo detestiamo e, soprattutto, detestiamo l’idea che destabilizzi la nostra routine famigliare.
Conoscendo mio figlio ero sicura che al più tardi al terzo allenamento avrebbe mollato – non è un tipo da sporcizia e scontri. E invece nonostante la pioggia, le cadute e le pallonate in faccia continua a voler andare agli allenamenti. E tanto ha fatto, che è stato convocato. 

In 40 minuti di gioco ha toccato palla 3 volte, di cui la prima con entrambe le mani. Una presa decisa, ferma. Non male per un terzino. Lo dico senza vergogna: Davide è decisamente un fuori classe. Non credo infatti che esista una categoria in cui classificarlo per quanto è scarso. Corre come un ossesso, nel 90% del tempo a vuoto, ma almeno dalla parte giusta, e quando arriva la palla la lascia gentilmente passare, quasi che prenderla a calci potesse farle male. E lo stesso fa con gli avversari, che vengono fatti procedere con estrema cortesia, perché farli cadere non è educato.  

Gli altri non fanno certo di meglio. Il portiere più che parare la porta passa il tempo a pararsi la faccia. Lo schema di gioco poi consiste nell’andare tutti dietro alla palla, che tanto qualcuno per sbaglio riesce a calciarla. Tutti in avanti verso l’area di rigore, la difesa completamente deserta – perché anche il portiere ogni tanto un’occhiata davanti ce la va a dare. E, come da manuale, scatta il contropiede, porta libera, gol. 

L’unica eccezione in questa squadra scalcinata di Ronaldinhi è Levi. Levi è il figlio di uno degli allenatori. Dribla, scarta, allunga sulle fasce laterali, tira a effetto. Praticamente è venuto su a tetta e calci d’angolo.
Levi è un po’ l’Oliver Hutton della Niuppi dei primordi, con la differenza che almeno i compagni di Holly per non fare danni se ne stavano fermi. Invece il povero Levi combatte non solo contro gli avversari, ma anche contro la propria squadra che lo insegue buttandosi in massa sulla palla. Ad un certo punto, verso la metà del secondo tempo, Levi infortunato. Panico tra gli spalti. Senza Levi possiamo direttamente ritirarci dal torneo – nella partita precedente aveva segnato 11 gol. Partono le scommesse su quante reti ci pigliamo ora che è fuori. E invece, per fortuna, dopo solo 3 gol Levi torna in campo.
La partita finisce 10 a 8 per gli avversari. I nostri perdevano 6:2 al primo tempo e hanno recuperato alla grande nel secondo. Dei 10 gol che hanno subìto, 2 erano autoreti. Non importa, a quasi sei anni l’importante è il pensiero. Degli 8 gol che hanno segnato, 6 erano di Levi, uno su assist di Levi, uno autogol.

Un paragrafo lo meritano anche i genitori a bordo campo. Ho avuto lo stesso shock che provai la prima volta al mercato rionale. Il silenzio. Giusto ogni tanto un “los los los” a voce appena appena più alta. Per il resto il tifo è zero o quasi. La polemica? Neanche per sogno, nemmeno quando Levi è stato buttato giù che era chiaramente rigore! E ai gol giusto un applausino. Niente salti, niente braccia alzate, niente poporopopopopo. Tutti educati e sportivi a 1 metro e mezzo dal campo come da contratto firmato per entrare nel club. Le mamme spaziano da quella già pronta con il cerotto in mano a quella che non stacca il naso dal telefono. I papà a braccia incrociate che seguono la partita cambiando smorfia a seconda della metà campo in cui si trova il pallone. Per fortuna ci sono due eccezioni: il papà di Ufuk e la mamma di Davide. Lui il solito turco, lei la solita italiana. Lui che praticamente fa da controcanto all’allenatore guidando a uno a uno i passi del figlio, io che motivo al squadra ad andare dalla direzione giusta e faccio notare i falli. Uniti nei festeggiamenti delle reti (di Levi), tecnicamente consapevoli delle mancanze tattiche della squadra, rassegnati ad incontrarci spesso la domenica per fare il tifo ai nostri adorati e scarsissimi mini calciatori.
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