sabato 30 settembre 2017

L'attaccabottone

È affascinante e insieme spaventoso osservare quanto i nostri figli siano uguali a noi. Stesse espressioni, stesso identico modo di fare. Atteggiamenti in cui ci rivediamo come davanti a uno specchio: si fa finta di non vedere certe cose, ci si motiva a soffermarci sul meglio di noi stessi.
Dei miei due figli uno è chiaramente Italiano – è uguale a te mi dicono tutti, se non fosse per il colore dei capelli e l'accento. L'altro è tutto suo padre, una teutonicità in divenire che mi fa stranire tutti i giorni, nonostante conosca ben bene la metà del suo DNA.

Ieri il mio più simile ha dimostrato per l'ennesima volta di aver ereditato ogni cellula del mio carattere dando prova di magistrale attacco di bottone con perfetti sconosciuti.

La scena la vediamo da 100 metri di distanza: sfreccia con il suo roller davanti alla gelateria del Signor Paolo, inchioda, si mette a chiacchierare. Noi allunghiamo il passo per accertarci che il bambino non stia disturbando la Ruhe dei signori seduti al tavolino. Ci si abitua dopo un po' a credere che parlare senza motivo a gente che non si conosce sia un'invasione della sfera privata, qui sacrosanta e inviolabile. Si comincia a prendere la mano con questa chiusura, tanto che si resta sempre sorpresi quando, raramente, qualcuno ci approccia così, senza motivo, solo per il gusto di scambiare segni di voce (in 10 anni forse 3 volte con tedeschi, per fortuna varie volte con stranieri).

Breve scambio in tedesco, un accento fin troppo famigliare, e poi è svelato il motivo dell'approccio: Davide, sentendoli parlare, si è fermato per chiedere “siete italiani?”.
Che meraviglia, che orgoglio. Esattamente come facevo io all'inizio (qualcuno si ricorderà forse la mia "Preghiera di una milanese estroversa si suoi connazionali d'oltre cavolo" che mi costò un bel po' di critiche), e come faccio ancora ogni tanto quando sono in vena.

E come sempre, quando un gruppetto di italiani s'incontra per la prima volta, non c'è argomento di conversazione migliore di “Amburgo è una città bellissima se non fosse per la pioggia. E per gli Amburghesi”.

Eleonora è di Torino, Gabriele e Lorenzo non ho chiesto, quindi tra Italiani del nord scatta sempre il “per carità, anche da noi il tempo non è come a Taormina, abbiamo la pioggia, abbiamo la nebbia, l'inverno è freddo... però almeno d'estate fa caldo, puoi uscire solo in canotta. Poi sì, bella è bella Amburgo. Però a sciare non ci puoi andare che è lontano, il mare sarà anche a 1 ora di macchina ma lasciamo stare.. (mica sarà mare quello lì), ci sono un sacco di parchi ma non ci puoi andare che piove...”

Poi Eleonora approfondisce. “Almeno a casa ti scaldano le persone. Ti mancano le uova per fare la torta? Vai dalla vicina, che conosci da sempre, che alla fine si guadagna una fetta di dolce per il semplice fatto di apriti la porta di casa.”. In 11 anni Eleonora non sa nemmeno come si chiama, il suo vicino. “Qui ti si gela il cuore anche solo al telefono” - aggiunge. Poi si passa al mitico argomento Verabreden. Inviti a cena organizzati con mesi di anticipo. Mamme che si danno appuntamento al parco giochi con settimane di preavviso anche se vanno nello stesso parco giochi tutti i giorni alla stessa ora – “solo che così siamo verabredet e ci sediamo sulla stessa panchina”. Il contatto sociale trattato come un meeting da registrare in uno slot del calendario.

Si ride un sacco, alla faccia degli Amburghesi, alla faccia di Sven che ormai è abituato a certi discorsi e, anzi, ci inserisce il punto di vista di un tedesco dell'est - “quando piove tutti i giorni c'è ben poco da sorridere...”
Ecco perché in giornate tutte di sole come queste, davvero poche quest'anno, le persone aprono la loro corolla e si spingono a sorriderti in faccia.

Credits Image: http://www.eiscafe-tanduo.de/



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