venerdì 22 maggio 2009

Nostalgia di un suono

Quando la tua nuova casa è lontana migliaia di chilometri dal luogo in cui ha trascorso la tua esistenza è normale confrontare, cercare le differenze, apprezzare le somiglianze. Quando vivi in un altro posto inizi a capire quali sono le cose della tua vita precedente che ti mancano di più e ti accorgi della perdita di certi particolari a cui prima non facevi nemmeno caso perché erano semplicemente parte della tua normalità.

L'anno scorso ho capito esattamente perché l'estate di Amburgo è così diversa da quella di Milano.
Non è l'afa, che proprio non mi è mancata. E non sono neanche le orde di zanzare agguerrite - non se ne sono viste qui. E non è nemmeno il fruscìo del ventilatore, e non sono nemmeno le lenzuola zuppe di sudore, e non è nemmeno l'odore dell'asfalto ammosciato dal calore e non è nemmeno il volante bollente della macchina e non è neanche l'odore allucinogeno di DDT e non è neanche il chioschetto dell'anguria. Non sono neppure la festa di rifondazione o la fila chilometrica fuori dal gelataio del momento a fare la differenza.

A me dell'estate di Milano manca il suono che dalle finestre spalancate, ma con le persiane chiuse per non fare entrare sguardi e insetti, si sparge nel cortile all'ora di cena.
Il momento in cui tutti sono a casa. I padri sono rientrati dal lavoro con le cartelle di pelle marrone sbiadita. Le mamme sono già ai fornelli, dopo la recita di fine anno, dopo l'allenamento di calcio, dopo la festicciola di Carlo. Martina è chiusa in camera in preda al panico perché la maturità è alle porte, basta chiamarla un paio di volte e viene a tavola. Il figlio grande, che studia economia e che se Dio vuole si laurea l'anno prossimo, ha avvisato che rientra più tardi perché va a fare l'aperitivo. Pamela che sta facendo lo stage in agenzia, sai com'è, prima delle nove non esce, neanche stasera. Gianni è tornato dalla palestra, mangia un boccone al volo e va a fare due chiacchiere al pub. Federica sta ancora litigando al telefono con quel tipo e speriamo che la faccia finita una buona volta.

L'ora di cena di ogni famiglia, di ogni esistenza, di ogni stile di vita ha un suono universale, quello delle posate e dei piatti. Non c'è finestra da cui non escano questi rintocchi cristallini. La differenza la fa il sottofondo, ogni casa ha il suo. Quelli del secondo piano accendono la televisione e in casa loro inizia il TG5: mangiano davanti alla televisione, la voce di Mentana è scandita dal ritmo scoordinato delle forchettate che vanno a pescare la pasta dal piatto. La single del terzo piano deve essere un po' in crisi perché il getto continuo del lavello è accompagnato da una canzone di Tiziano Ferro messa su a ripetizione. Matilde fa i capricci anche stasera, si sente sua mamma che la implora per farla mangiare ma lei non ne vuole sapere ed esprime la sua ribellione sbattendo il cucchiaio sul piatto rovesciato. E se si presta molta attenzione si può addirittura sentire Paolo, l'architetto del quinto, che sfoglia il giornale mentre cerca con la forchetta l'ultima penna sperduta nella pentola.
Tutti questi suoni ad Amburgo non ci sono. Non fa mai così caldo da dover tenere le finestre spalancate e i suoni delle cene delle varie famiglie non si mischiano. Ogni famiglia è isolata tra le sue pareti e tutto è silenzioso, tranquillo, freddo.
E per me, senza l'accompagnamento delle stoviglie, senza l'inizio del telegiornale di parte, senza la mamma che strilla esasperata, senza lo scroscio dell'acqua corrente, senza esibizionisti che parlano al cellulare in mutande al davanzale...senza tutto questo per me non può essere estate.

3 commenti:

  1. Questo è sicuramente uno dei miei racconti preferiti, forse perchè mi ci rivedo parecchio. E ogni volta che lo leggo mi fa venire la pelle d'oca. Complimenti Mari!
    Vale

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  2. Bellissimo questo commento di una malinconia palpabile. <ne ho letti altri, bel blog ti metto tra i miei preferiti.

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