Sangue crucco non mente


L’autunno è ufficialmente iniziato ad Amburgo. Le foglie superstiti si tingono di un magnifico arancione a chiazze borgogna e quelle che già hanno ceduto alla forza di gravità si depositano come un tappeto scricchiolante sulla via che percorro ogni mattina. Un profumo secco e cartonato domina prepotentemente da qualche giorno e si solleva ancora più insistente nelle giornate chiare che seguono la pioggia.
A conferma ulteriore di tutto c’è la temperatura che ormai prima di mezzogiorno stenta a raggiungere le due cifre, assestandosi all’ora in cui esco di casa per andare al lavoro su un poco simpatico 8.
Quindi sono già rassegnata allo stivale, alla sciarpina non solo decorativa e alla giacca più pesante che per via del pancione non riesco più ad allacciare.


L’altro giorno incrocio un collega davanti all’entrata dell’azienda.
Come il mio, così anche il suo Guten Morgen esce dalla bocca accompagnato da un fumo biancastro di condensa evanescente.
C’è solo una differenza tra noi due: mentre il mio abbigliamento è sfacciatamente autunnale, lui, invece, si presenta ancora al lavoro con una semplice camicia e tiene il giubbottino di pelle nera arrotolato sotto un braccio.
Stephan, ma non fa un po’ freddino solo con la camicia – mi azzardo a chiedere in ascensore?
Eh - dice lui - ma noi tedeschi siamo di un’altra tempra, dovresti saperlo ormai (autoironia da non sottovalutare).
Certo - dico io – scusa, continuo a dimenticarmene, forse perché ancora non riesco a capire di cosa cavolo sia composto il vostro sangue.
Perché in fondo è di sangue che si tratta secondo me, il segreto è tutto lì.
Emoglobine alimentate a suon di margarina, globuli bianchi carichi come le salsicce bavaresi dell’Oktoberfest, piastrine iniettate di ketchup e salsa zigeuner.
E poi un flash….
Non mi ricordo che anno fosse, mi sembra l’inizio degli anni novanta. In ogni caso età molto tenera, massimo 10 anni.
Vacanze in Normandia e Bretagna, la mia famiglia, un tempo da lupi. Quelle che si chiamano vacanze intelligenti. Perché per evitare il turismo di massa non c’è nulla di più geniale che andarsene in quei luoghi da cui tutti in agosto scappano all’agognante ricerca del sole del sud.
Noi no.
Un giorno dico a mia mamma: “senti, io me ne vado a fare il bagnetto in piscina”. E lei: “ma sei matta, guarda che fa freddo, ti pigli un accidente”.
Allora le chiedo, indicando la finestra che dà sul cortile dell’hotel e quindi sulla piscina e sui tre nuotatori bianchicci: “Perché allora se fa freddo loro fanno il bagno?” – domanda esposta con tutta l’innocenza di cui ero ancora capace.
Mia mamma si affaccia e la spiegazione scientifica che mi segnerà per tutta la vita arriva: “ma Mari, ma loro sono tedeschi!”.
Ecco una bambina milanese che si forma in testa un’immagine ben precisa e indelebile del popolo teutonico, quelli che fanno il bagno anche se fa freddo.
Immagine più che confermata anche nei vari week-end liguri di fine settembre, quando tutti se ne stanno vestiti a guardare il mare e a puntare il dito verso le onde mentre pochi individui biotti bianchi come mozzarelle si buttano. Il loro splash è accompagnato da vari “sono matti” degli astanti e da un pensiero logico nella mia mente “ma loro sono tedeschi”.
Loro possono, loro resistono.
Immagine mai più smentita, nemmeno 15 anni dopo sul baltico, la prima volta. Che già solo il nome, baltico, fa venire freddo. L’acqua è talmente gelata che solo pucciare lo spigolo dell’unghia del piede mi provoca una convulsione di ghiaccio. Potrei quasi giurare di essere diventata blu per un istante.
Ma loro no, si buttano come foche, senza pensarci, senza quel minimo di freno impercettibile che per una frazione di secondo ti fa fare brrrrr anche a ferragosto sulla riviera adriatica.
Loro sono tedeschi. Loro nuotano nel baltico.
Io sono quella che resta a guardarli dalla riva scuotendo la testa e l’indice ritto ai richiami “dai vieni, komm rein” e giurando che l’anno prossimo mi butto pure io… la mia piccola sfida con me stessa e che continuo a rimandare.
“Eine Pfeife bist du, un seghino”…però, cari amici d’oltre cavolo, caro Stephan, ne riparliamo l’estate prossima, quando vi rivedrò soffrire come animali al macello alla scioccante temperatura di ben 32 gradi!